Home / Cronaca / A Grado scoppia lo scandalo al sole del museo mai aperto

A Grado scoppia lo scandalo al sole del museo mai aperto

Il Comune fa causa al Ministero per ottenere la restituzione del fabbricato dato in concessione gratuita

A Grado scoppia lo scandalo al sole del museo mai aperto

E' uno scandalo al sole che dura da oltre vent’anni quello del Museo di Archeologia subacquea dell’Alto Adriatico di Grado. Come spesso accade in questo strano Paese, la vicenda è destinata a finire sulla scrivania di un magistrato. Scaduto il termine perentorio dato dall’amministrazione comunale gradese al Ministero dei beni culturali affinché restituisca la struttura ricevuta in concessione gratuita, allo studio legale De Benedictis, incaricato dal Comune, non rimane altro passo se non intentare una causa in sede civile.

La struttura costata oltre 12 milioni di euro, la cui costruzione inizia nella seconda metà degli Anni ’90, non è mai stata completata e per motivi mai chiariti -  questo è un altro grande scandalo sul quale sarebbe opportuno che i giudici, anche quelli contabili che pure si erano interessati in passato della vicenda, facessero chiarezza - le sue porte sono rimaste chiuse salvo qualche evento estemporaneo, mentre i preziosi reperti recuperati dalla nave romana Iulia Felix sono stoccati al piano terra.


“Abbiamo dato un tempo molto ampio alla Sovrintendenza - conferma il sindaco Dario Raugna - per rispondere alle nostre richieste. Il progetto è rimasto bloccato a causa di una serie incredibile di inadempienze. Ciò che è peggio, nessuno vuole assumersi alcuna responsabilità. A questo punto è giusto che l’edificio concesso dalla nostra comunità in comodato gratuito ci sia restituito”. In questi anni Raugna e i suoi predecessori hanno cercato in ogni modo di far ripartire il progetto per dare alla località balneare una struttura museale che potesse accogliere i reperti provenienti da uno dei più importanti ritrovamenti mai avvenuti nelle acque dell’Alto Adriatico, ma non sono mai riusciti ad ottenere qualcosa di più concreto delle dichiarazioni di disponibilità fatte dai funzionari del Ministero che si sono succeduti alla guida della Sovrintendenza. Paradossalmente, mentre alcuni dei pezzi della Iulia Felix sono in mostra in giro per l’Italia, la località dove sono stati scoperti deve accontentarsi di un fabbricato in stato di abbandono che fa assumere all’intera vicenda anche i contorni della beffa.

Chi passeggia lungo la diga Nazario Sauro a un certo punto si imbatte in questo edificio dalle forme squadrate con grandi vetrate e parapetti in acciaio. Si capisce di cosa si tratta dalle targhe in acciaio, ma le erbacce che spuntano nei cortili interni, le carcasse di uccelli presenti sulla grande terrazza fronte mare e l’ingresso sul lato opposto sbarrato da un’inferriata raccontano di una magnifica occasione finora persa. Che si tratti di una beffa per i gradesi e per chi è convinto che la storia e la cultura siano un elemento fondamentale per attrarre turismo di qualità, lo dimostra anche un altro passaggio: nell’autunno del 2014 il Soprintendente all’archeologia e paesaggio del Fvg, Luigi Fozzati, dispone l’apertura dell’area operativa situata al piano terra dell’edificio, presentando in tale occasione addirittura il nuovo direttore del museo, Domenico Marino. La nomina di un direttore (rimasto in carica per parecchio tempo) per un museo mai entrato in funzione, rappresenta la ciliegina sulla torta di questa vicenda, tanto più che l’area operativa ha chiuso rapidamente i battenti.

I gradesi sono gente coriacea. Non molleranno fino a quando non otterranno ciò che chiedono, ma è ora che qualcuno ponga fine a questo scandalo, magari facendo in modo che il Museo archeologico gradese apra davvero e definitivamente i battenti.

L’antica nave romana e le sue anfore restano invisibili

C’è perfino un libro intitolato “Operazione Iulia Felix, dal mare al museo” stampato nel 1999,  a raccontare quanto accaduto al relitto rinvenuto nella tarda estate del 1986 al largo di Grado, quando il pescatore Agostino Formentin recupera alcuni frammenti di anfore. Da quel momento iniziano una serie di verifiche curate dai volontari dell’Archeosub di Marano. L’anno successivo la conferma che i fondali sabbiosi a circa sei miglia dall’isola, custodiscono il relitto di una nave romana risalente a un periodo tra il II e il III secolo dopo Cristo che trasportava un importante carico di anfore oltre a rottami di vetro utilizzati per essere riciclati proprio ad Aquileia che allora era un importante centro di produzione di vasellame vitreo.

Nel corso degli anni si tengono sei distinte campagne di scavo, l’ultima delle quali nel 1993 permette di recuperare l’intero carico dal quale emergono anche reperti bronzei, frammenti di piatti e molto altro ancora. Poi è la volta dello scafo recuperato alla fine del decennio e nel frattempo muove i primi passi il progetto per realizzare il museo, ricavato nell’edificio che un tempo era la scuola elementare Scaramuzza. L’edificio, adiacente alla diga, avrebbe dovuto ospitare al piano terra oltre ai saloni nei quali esporre il fasciame dell’imbarcazione, anche laboratori di restauro, biblioteca, uffici, una sala multimediale e l’abitazione del custode. Al primo piano, invece, ampie terrazze, sale conferenze, mostra dei reperti e una grande riproduzione della nave. Per ora, niente museo, ma solo l’ennesima cattedrale nel deserto.

0 Commenti

Spettacoli

Economia

Sport news

Cultura

Il Friuli

Business

Green

Family

Invia questa pagina ad un tuo amico
I campti contrassegnati con * sono obbligatori