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Berlino, città divisa in due simbolo di una nuova Europa

1990, viaggio nell'ex capitale della Ddr: da una parte il settore occidentale, con i suoi palazzi luccicanti e le sue vetrine; dall’altra la città grigia e spenta dove si taceva per paura della Stasi

Berlino, città divisa in due simbolo di una nuova Europa

Domenica 9 novembre 1989 crolla il Muro per antonomasia, quello di Berlino, una chilometrica cicatrice simbolo della Guerra Fredda, che per 28 anni ha diviso il mondo in due, Repubbliche realsocialiste da una parte e Stati occidentali dall'altra. 

Sorto in una notte, quella del 13 agosto 1961, data rimasta nella storia, il 9 novembre 1989 viene abbattuto dagli stessi berlinesi, dell'Est e dell'Ovest. Costantemente perfezionato e rinforzato, trasformato da un normale muro in un sistema insormontabile di ostacoli, trappole, segnali elaborati, bunker, torri di guardia, tetraedri anticarro e armi a sparo automatico che uccidevano i fuggitivi senza bisogno di intervento da parte delle guardie di confine, in 28 anni il muro costò la vita a 136 persone che cercarono superarlo (la prima vittima fu Gunter Liftin, colpito a morte il 24 agosto 1961 mentre tentava di fuggire a nuoto nella parte di Germania in cui aveva deciso di vivere e in cui aveva appena acquistato un appartamento). Il mondo occidentale e quello comunista, 30 anni fa si ricongiungono, cancellando divisioni e tragedie dell’Europa.


Pochi mesi dopo la caduta del Muro, simbolo delle divisioni e delle tragedie dell’Europa per quasi un trentennio, Berlino era ancora divisa in due: da una parte il settore occidentale, con i suoi palazzi luccicanti e le sue vetrine; dall’altra c’era la città grigia e spenta, ex capitale della Ddr, dove la gente aveva imparato a stare zitta perfino quando attendeva il tram, timorosa di essere ascoltata dalla Stasi, l’onnipotente polizia segreta.

Non appena valicavi quell’interminabile barriera colorata da una parte e grigia dall’altra, macchiata dalla ruggine che colava dal filo spinato era come salire a bordo di una macchina del tempo. I palazzi del settore Est che si affacciavano sulla terra di nessuno, portavano ancora i segni della sanguinosa battaglia che sancì nel 1945 la definitiva scomparsa della follia nazista. Tutte le finestre rivolte verso occidente erano ancora murate per impedire fughe. Eppure, quei palazzi tetri e diroccati erano stati già occupati da tanti giovani, decisi a farli rivivere trasformandoli in laboratori artistici o, più semplicemente, in un luogo di incontro tra ragazzi che fino a poco tempo prima non potevano neppure salutarsi con un cenno della mano. Poi arriveranno le società immobiliari e sarà tutta un’altra storia.

Nei primi mesi del 1990, sotto la Porta di Brandeburgo, che annunciava la Unten den Liden, un grande mercato improvvisato liquidava le vestigia di un impero collassato sotto la voglia di libertà. I soldati sovietici, che ancora stazionavano nella Germania finalmente riunificata, vendevano tutto quanto potevano, in attesa di rientrare in patria. Medaglie, berretti, divise, maschere antigas, orologi, cannocchiali erano null’altro che gli oggetti testimoni di una pagina della storia che i tedeschi volevano voltare in fretta. La città era ancora divisa in due soprattutto nelle menti: perché a Berlino Est il timore per un futuro ancora incerto era alimentato dalle poche certezze avute in tanti decenni di Stato totalitario che provvedeva a ogni cosa, chiedendo come contropartita la libertà. Quanto è avvenuto negli anni successivi, a Berlino e nei territori dell’ex Germania dell’Est, ha rappresentato l’ennesimo miracolo per una nazione che aveva già dovuto ripartire dalle macerie.

Immensi viali e Trabant fumanti, punk e filo spinato, i turchi di Alexander Platz che abbindolavano i turisti con il gioco delle tre carte e l’immensa striscia di terreno lasciata libera dal muro sgretolato sotto le picconate dei suoi cittadini. Berlino diventò in quei giorni, finalmente liberata dai valichi di confine e dalle torrette degli spietati Vopos, che sparavano a vista su chi cercava di valicare il muro, una grande città che mostrava apertamente le ferite inferte dalla storia, ma che al tempo stesso era decisa a risanarle ritornando ad essere il cuore pulsante, prima di tutto culturalmente, di una nuova Europa.

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