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L’eredità dell’esilio: vip e debiti

Sono migliaia gli esuli istriano-dalmati e fiumani in Fvg e in tutto il mondo che hanno celebrato il ‘Giorno del ricordo’

L’eredità dell’esilio: vip e debiti

Dati ufficiali non ce ne sono, ma secondo le stime delle associazioni, almeno 60mila esuli istriano-dalmati, e i loro discendenti, sono residenti nella nostra regione: due terzi a Trieste, 10mila a Udine, altrettanti a Gorizia e poco più di 5mila a Pordenone. Un numero che non deve meravigliare, se è vero che, almeno nelle città principali, tutti o quasi hanno avuto un amico, un insegnante, un conoscente proveniente dalle terre contese (o perse, a seconda dei punti di vista politici ormai radicati) di Istria, Dalmazia e Fiume.

Molti di quelli fuggiti anche altrove sono diventati famosi. Attori e musicisti (Gianni Garko, Alida Valli, Laura Antonelli, Sergio Endrigo, ma da anni si parla pure di un’origine piranese per Henry Fonda), scrittori (Enzo Bettiza, Fulvio Tomizza), imprenditori (Ottavio Missoni e la famiglia Felluga), sportivi (l’ex schermitore e imprenditore Franco Luxardo; il campione di Formula 1 Mario Andretti, un mito negli Usa; la stella della boxe nazionale Nino Benvenuti; Giorgio Gorlato, arbitro internazionale di basket), personaggi televisivi e celebrities (la cuoca e imprenditrice Lidia Bastianich e il figlio Joe Bastianich). Alcuni sono discendenti di istriani di lingua, cultura e storia italiana, come il fu Sergio Marchionne, il sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, il campione sportivo (sloveno) Giovanni Cernogoraz o il Premio Nonino di quest’anno, l’argentino Juan Octavio Prenz, nato da genitori istriani. Altri hanno rivelato solo di recente il passato da esuli: come il giornalista Tv Tito Stagno, nato a Cagliari, ma a Pola col padre nei terribili anni della guerra.

Dei 350mila costretti a lasciare le loro terre e i loro beni dopo il secondo dopoguerra, quasi un terzo passò per Udine, nel famoso ‘centro di smistamento’ di via Pradamano (oggi scuola Fermi), trovando poi sistemazione, fino al termine degli Anni ’50, nel cosiddetto ‘Villaggio Metallico’ alla periferia Nordest della città. Col tempo, il viaggio proseguì fin oltre oceano, dove le comunità di profughi sparse tra New York, Buenos Aires, Canada, Australia e Brasile contano almeno 50 mila presenze complessive.
Assieme agli esuli ancora in Italia, sparsi per lo più nelle regioni settentrionali (Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria), celebrano il 10 febbraio di ogni anno il Giorno del ricordo, istituito con legge dello Stato nel 2004 per ricordare la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra e in generale la complessa vicenda del confine orientale.

Rimasta per ora confinata all’interno dei confini nazionali, diversamente dal Giorno della memoria per le vittime dell’Olocausto (istituto in Italia ben prima della ratifica Onu), la commemorazione rimane una pagina dolorosa e irrisolta anche nei fattori economici. Dal 1947, infatti, lo Stato deve pagare agli esuli una cifra tra i 2,4 e i 4,2 miliardi di euro come risarcimento per i beni confiscati ed espropriati dal governo jugoslavo. Il Trattato di pace di Parigi del 1947 e una serie di accordi internazionali stabilirono, per gli italiani perseguitati ed espropriati, un equo e definitivo risarcimento, calcolato al ribasso, senza rivalutazione dei beni persi, che a tutt’oggi comprenderebbe comunque non più di 10-11mila persone, dai 350mila esuli iniziali. Ma non è mai arrivato e rimane una questione aperta.
“In Slovenia, oggi – racconta Elio Varutti, vicepresidente del comitato provinciale udinese dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, da anni autore di ricerche e pubblicazioni relative al tema dell’esilio, con centinaia di testimoni dell’epoca ‘intervistati’ – c’è un impianto di legge per concedere rimborsi ai nostri esuli, ma la verità è che noi registriamo ancora problemi per chi vuole rientrare in possesso dei suoi beni, magari solo una casetta ormai scalcinata e cadente. In Croazia, dove lo Stato è proprietario al 50% dei beni confiscati, si richiedono atti notarili senza traduzione italiana e le complicazioni restano all’ordine del giorno, per chi vorrebbe ritornare in possesso dei beni suoi o della famiglia”.

La speranza per il futuro sta nelle giovani generazioni, che secondo Varutti partono da un approccio più ‘europeo’, trattano gli italiani senza l’astio di qualche decennio fa e, magari, studiano la nostra lingua. “E’ lo stesso approccio dei 30enni discendenti degli esuli quando si trovano a visitare le loro terre d’origine. Per i loro genitori è più difficile e la percentuale dei 70-80 enni che non vogliono saperne più di tornare ‘di là’ anche per una breve visita è altissima”.

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