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“Il confine divide ancora, ma solo qui”

Raoul Pupo spiega perché l’impresa di Fiume, oggetto del suo ultimo libro - Premio Friuli Storia 2019 -, resta un tema delicato e complicato da spiegare, aperto alle strumentalizzazioni

“Il confine divide ancora, ma solo qui”

Professore di storia contemporanea all’Università di Trieste, esperto degli scottanti temi che riguardano il confine orientale, tra i promotori negli Anni ’80 della revisione della storiografia relativa ai massacri delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata, Raoul Pupo è il vincitore del Premio Friuli Storia col suo ultimo libro Fiume città di passione, uscito per Laterza. Una doppia soddisfazione, perché accanto al gradimento dei lettori ha ricevuto anche il Premio Sissco al miglior libro di argomento storico contemporaneo. “Uno è arrivato dai lettori, l’altro dai colleghi - sorride - quindi vuol dire che non ho buttato due anni e mezzo di lavoro per niente…”.

L’impresa di Fiume da parte di d’Annunzio continua a dividere anche 100 anni dopo: perché?
“Qui da noi c’è una certa ipersensibilità legata al vissuto e all’uso che ne è stato fatto, anche dall’altra parte del confine. Ma l’Italia è lunga: sono andato a presentare il libro a Catania e là non sanno nulla delle polemiche. Su D’Annunzio, poi, non c’è stato dibattito intellettuale, ma un uso pubblico che rende difficile il lavoro dello storico. Devi sempre pensare alle reazioni, ma siamo abituati a camminare sulle uova”.


è un momento duro per affrontare i temi di questo confine?
“Ce ne sono stati di peggiori. Trent’anni fa era anche più difficile, poi comunque ci sono sempre stati alti e bassi”.

Come va letta la Reggenza del Carnaro: un’anticipazione del fascismo o una rivoluzione?
“La differenza tra narrazione e interpretazione dipende dal fatto che siamo passati da due vulgate: la prima era quella dell’impresa come prodromo del fascismo, corretta ma limitativa. La seconda vede Fiume come un ’68 ante litteram e anche questa è una semplificazione. E’ complicato e la parola chiave è contraddizione. E’ stata una sintesi dovuta a un genio, durata poco”.

Chi parla di Fiume italiana ha ragione?
“Cento anni fa, Fiume era la tipica città di frontiera adriatica con duplice influsso: italico dal mare, slavo e germanico nell’entroterra. Dal Medioevo è stata di lingua e cultura italiana in territorio slavo e nell’Impero. Come Trieste, è stata una città senza contatti col territorio circostante, sotto tutela di Budapest in funzione anti-croata. Quando l’idillio tra fiumani e magiari viene meno, la reazione è la richiesta di autonomia, non l’irredentismo. D’Annunzio andò ad annettere la città senza aspettare l’accordo con Ungheria, arrivato un anno dopo”.

Dal punto di vista storico, la statua di D’Annunzio a Trieste ha senso?
“E’ un’operazione più politica che culturale. A Ronchi non la vogliono, di sicuro: anche il monumento che celebra l’impresa è fuori dal confine comunale”.

Gli storici sono costretti ad ascoltare la politica o no?
“Non ci autolimitiamo, ma stiamo attenti perché ci sono tanti modi per dire le cose. Dopo la caduta del muro è più facile parlare di certi temi come le foibe, anche se per strumentalizzazione politica succedono cose strame: quando sono stato accusato di negazionismo su questo tema l’ho messa sul ridere, perché non c’era altro da fare”.

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