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Addio ad Andrea Pinketts, il ricordo di Luca Gervasutti

"All’inizio del nuovo millennio lo invitai a scrivere per Il Friuli. 'Ti chiedo solo poche righe ogni settimana'. Mi dettava ogni settimana le sue storie che per circa un anno furono pubblicate nelle pagine della cultura"

Addio ad Andrea Pinketts, il ricordo di Luca Gervasutti

Se dovessi descrivere con un solo aggettivo Andrea Pinketts, il celebre giallista morto il 20 dicembre a soli 57 anni, direi che era generoso. Era “un duro con il cuore di panna”, come amava egli stesso definirsi, capace di donare vera, preziosa amicizia a chi riusciva ad andare oltre i luoghi comuni che lo dipingevano come uno scrittore anarchico, eccentrico e un po’ smargiasso.

Ho avuto la fortuna di potergli essere amico per molti anni. Un’amicizia - la nostra - rinnovata ogni estate da lunghe vacanze trascorse insieme a Lignano, località che amava moltissimo e che conosceva alla perfezione, grazie alle quotidiane scorribande notturne nei locali della movida dove lo si vedeva aggirarsi tenendo in una mano un boccale di birra e nell’altra l’immancabile sigaro. Più volte gli chiesi il motivo per cui non avesse ancora ambientato un libro a Lignano, lui che viveva per scrivere ed era solito trasferire sulla pagina, trasfigurandoli in chiave romanzesca, episodi di vita vissuta. “A Lignano aleggia lo spirito di Giorgio Scerbanenco: questa città non può essere di altri scrittori”, rispondeva. Scerbanenco era uno dei due grandi miti di Pinketts: l’altro era Hemingway. Logico, quindi, che nutrisse un amore viscerale per Lignano.

Non amava il mare, gli piaceva piuttosto fare lunghe camminate sulla spiaggia oscillando tra i due poli di riferimento: quello che oggi è il Punta Faro Beach sulla punta estrema del litorale e un tempo era un bar che sembrava rimasto agli anni Sessanta, e il Bar Gabbiano, all’Ufficio spiaggia 16, dove Scerbanenco era solito trascorrere intere giornate a scrivere i suoi intramontabili gialli, incurante dei tanti turisti curiosi che gli ronzavano intorno.

Era uno spasso sentirlo raccontare aneddoti sul mondo degli scrittori, da cui era detestato ma anche ammirato,  e su quello della televisione, che aveva iniziato a frequentare come ospite quasi fisso del Maurizio Costanzo show negli anni in cui il salotto del Teatro Parioli era una fucina di talenti. E quando ricordava i suoi incredibili trascorsi da fotomodello, da pugile o da giornalista investigativo (le sue inchieste su “Panorama” e sul mensile "Esquire" lo avevano visto di volta in volta sviluppare l’arte del trasformismo diventando negro, barbone, viado, satanista, pornodivo col nickname di "Udo Kuoio il re della frusta”) c’era da restare a bocca aperta ascoltando i giochi di parole che rendevano ancor più pirotecnici i suoi racconti, e quel “senso della frase” che rendeva unico il suo eloquio e la sua prosa. Tanta ammirazione, unita a una profonda amicizia, mi indusse un giorno - era l’inizio del nuovo millennio - a invitarlo a scrivere per Il Friuli. “Ti chiedo solo poche righe ogni settimana”, osai; “vorrei dei microracconti ambientati in questi luoghi che ormai ti hanno adottato”.

Non se lo fece ripetere due volte, e al telefono (odiava le tecnologie digitali) mi dettava ogni settimana le sue storie che per circa un anno furono pubblicate nelle pagine della cultura. Non volle nessun compenso per quell’incarico: scrivere quei brevi testi era il suo modo per ricambiare l’amore di questa terra e per cementare un’amicizia - la nostra - che non finirà neanche ora che un fottutissimo cancro se l’è portato via.

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