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Aquileia, il sito Unesco rischia di sparire come Venezia

La città romana è al secondo posto nel mondo, tra i patrimoni dell’umanità, per rischio di scomparsa nei prossimi 50 anni

Aquileia, il sito Unesco rischia di sparire come Venezia

Aquileia, secondo uno studio del 2018 sui siti Unesco del Mediterraneo europeo, è al secondo posto dopo Venezia per rischio di scomparsa entro 50 anni.
Il pericolo deriva dall’esondazione del fiume Natissa che, anche di recente, ha messo in perisolo gli scavi. Sebbene per ora la Basilica sia stata messa in sicurezza, sono necessarie opere per salvaguardare il sito. Il direttore della Fondazione Socoba (Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia), Alberto Bergamin, si dice “oggettivamente preoccupato. L’esondazione del fiume Natissa è stato un evento eccezionale. Studi recenti, però - continua il direttore -, mettono l’allerta prima su Grado e poi su Aquileia. Per l’Isola del sole il problema, in prospettiva strategica, riguarda anche il futuro della popolazione, non soltanto la parte storico-culturale”.

La stessa preoccupazione, però, riguarda Aquileia.
“La città – spiega Bergamin - è ancora più viva di Grado e non si può aspettare che l’acqua venga fuori. Bisogna sottolineare anche che Aquileia è sottoterra. Basta scavare e vengono fuori reperti e mosaici. Ho temuto molto che quella giornata in cui il Natissa è esondato fosse allagato tutto, scavi e mosaici. Per fortuna non è accaduto nulla. Il pericolo è scampato per ora”.


FUTURO INCERTO - Però non si può sapere cosa accadrà in futuro. Il problema riguarda l’innalzamento del livello di tutto l’Adriatico.
“E’ necessario – continua Bergamin - attivare tutti i sensori più importanti, per sensibilizzare sulla gravità della situazione. Si devono muovere i Comuni, la Regione, gli enti, le associazioni, fino al Ministero dei Beni culturali”.
Bisogna muoversi in fretta. “Gli studiosi dicevano che Grado e i siti del Mediterraneo sarebbero stati sommersi entro 50 anni. Adesso si parla già di 2030. Bisogna dire che per la prima volta si è puntato il dito sul problema del traffico in entrata e uscita dai siti così fragili. Adesso bisogna cercare di risolvere il problema dell’acqua. E di certo non si può prendere come esempio il Mose. Però, altri Paesi europei sono modelli di esperienze positive da cui prendere spunto”.

Non si può aspettare che accada una tragedia. “Bisogna aprire un tavolo a livello nazionale - conclude Bergamin -, perché il problema non riguarda soltanto noi. Bisogna arrivare allo Stato, all’Unesco e alla Soprintendenza. Si pensi anche alle persone che abitano in queste zone. E’ terrificante soltanto il pensiero. Dobbiamo avere certamente fiducia nei giovani, che sono più sensibili rigurdo ai cambiamenti del clima. Purtroppo, loro non possono fare nulla. Bisogna assolutamente rivolgersi agli organi di governo”.

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