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Quella volta di Dante in Carnia

Igino Piutti. Dopo Marco Polo, lo scrittore ci prova col sommo poeta, trasformando una storia verosimile in una verità storica

Quella volta di Dante in Carnia

Dante Alighieri è stato in Carnia: ci crede veramente Igino Piutti, storico e già autore di un’altra provocazione filologica immaginando Marco Polo sia nato tra queste vallate. Alla domanda se questa volta non gli pare di aver esagerato, la prende alla larga per farsi credibile e risponde: “Diverse sono le possibili soluzioni per un romanzo storico. Io di solito inserisco un personaggio inventato che vive le vicende realmente avvenute, come ne ‘Il Partigiano Gianni’ o ‘Il ritorno del Cosacco’. Per Marco Polo invece ho immaginato di collegare in modo fantastico i dati della sua vita reale con quelli della storia della Carnia del periodo. Il fatto che non si sappia dove veramente è nato, collegato con quello che ai Forni Savorgnani è ancora molto diffuso il cognome Polo, rende verosimile l’idea che, con il legname della Carnia per l’Arsenale, siano scese a Venezia anche delle famiglie”.


Alla obiezione che, se pur tirata per i capelli, l’idea su Marco Polo potrebbe starci, ma che quella su Dante pare proprio inverosimile, essendo aperta la discussione tra gli storici anche su una possibile presenza in Friuli, risponde senza esitazione e, senza indugiare ‘tra color che son sospesi’, come direbbe Dante: “Appunto, io parto da lì, sciogliendo la diatriba. Sostenendo che è venuto, trasformo in verità storica ciò che è verosimile. Dal momento che poi i dati storici su Marco Polo si possono incrociare con quelli su Dante, li incrocio, ricostruendo attorno ai personaggi storici, in un collegamento di fantasia, una pagina della storia del Friuli e della Carnia”.

“Sul dato storico che in quel momento anche Tolmezzo era ‘invasa’ dai banchieri fiorentini – spiega - è verosimile pensare che Dante ne conoscesse qualcuno e che quindi sia stato suo ospite, quando è venuto in Friuli. E per rendere più credibile il tutto ci tiro in mezzo anche Quintiliano Ermacora con la sua storia della Carnia De antiquitatibus Carneae. Traducendo per la pubblicazione questo autore, mi aveva colpito la descrizione di una palude, ai piedi del Passo di Monte Croce Carnico, che ora non c’è più. Così scrive: sembra sabbia secca e arida che dà l’impressione di un terreno solido, ma quando le persone cercano di attraversarla finiscono per sprofondare sia loro che i cavalli, sino al petto e alla testa. La stranezza del fenomeno, come viene descritta, mi ha fatto ricordare la descrizione dantesca dello Stige. Da lì, a pensare che Dante in gita con i suoi amici banchieri, abbia da quel fenomeno tratto ispirazione per la pagina dell’Inferno, il passo è stato breve e infatti riporto i versi che gli sarebbero venuti in mente guardando al fenomeno descritto da Ermacora”.

“I friulani lamentano il pesante giudizio sulla lingua, riportato nel De Vulgari Eloquentia e sintetizzato nel famoso crudeliter eructant ‘Ce fas-tu?’. Ma forse è stato proprio in Carnia che è stato colpito da questa espressione. Accolto con il fastidio con cui i carnici in passato accoglievano i turisti, è finito per sentire come ‘crudo’ il suono della domanda, mentre il fastidio era legato al fatto che gli venisse ‘ruttata’ in faccia di continuo”.

Secondo Piutti non è detto che in Carnia Dante non si sia a ispirato per qualcosa d’altro.
“Anche lui sarà stato colpito dal fatto che la ‘virtù’ dei carnici è l’invidia, e ne ha trovati molti tra i carnici, come quel Guido del Duca del canto XIV del Purgatorio, ad ammettere che: Fu il sangue mio d’invidia sì riarso / Che se veduto avessi uom farsi lieto, / visto m’avresti di livore sparso. Avrà notato – conclude Piutti - la particolare diffusione della ‘virtù’ che, a dire della Bibbia, indusse il pastore Caino a uccidere l’agricoltore Abele. Da questo gli è venuta spontanea l’esclamazione che del canto XXVI dell’Inferno, che io richiamo nel mio romanzo, come rivolta ai carnici, ma diventata poi universale: Tutti di Caino triste semenza / Generati non fummo per viver come bruti / Ma per seguire virtute e conoscenza”.

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