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Dalle parole ai... cantieri

Intervista a Piero Petrucco. Ecco i motivi per cui dall’annuncio di opere pubbliche non si arriva alla concreta realizzazione. E così l’economia non riesce a uscire dalla crisi

Dalle parole ai... cantieri

Noi non vendiamo all’estero, noi andiamo all’estero. Sembra una finezza linguistica, ma la battuta fotografa invece un diverso approccio culturale che la famiglia Petrucco ha saputo adottare per fare un salto di prospettiva e consentire così alla propria azienda, la Icop di Basiliano, di continuare a crescere nonostante la prolungata stagnazione del mercato italiano delle costruzioni. A raccontarlo è Piero Petrucco, assieme al fratello Vittorio alla guida dell’azienda che all’inizio del 2020 celebrerà i 100 anni di attività. Piero Petrucco, inoltre, è il primo imprenditore edile della provincia di Udine ad aver assunto un incarico nazionale di rappresentanza, in quanto eletto recentemente presidente della Consulta delle specializzazione e quindi, di diritto, vicepresidente nazionale dell’Ance.

Tutti sono coscienti che gli investimenti in opere pubbliche sono uno strumento anticiclico, ma i progetti rimangono al palo. Perché secondo lei?
“Non riusciamo a scaricare i cavalli a terra. E succede per più di un motivo. Continuiamo, cioè, a parlare dei fondi impegnati in opere pubbliche ma mai di quelli effettivamente spesi, rischiando così di vivere in una realtà virtuale. Purtroppo il divario tra i due rimane molto ampio, ma per le aziende e i lavoratori alla fine conta quante opere e infrastrutture costruisci in un anno”.

E i motivi di questa paralisi storica?
“In prima fila sul banco degli imputati c’è certamente la burocrazia. In Italia c’è un pesantissimo incrocio normativo diventato nel corso degli anni diabolico. Una cosa che lo strumento della conferenza dei servizi in teoria dovrebbe superare, come appunto succede in altri Paesi europei, per esempio la Francia. In Italia invece questa conferenza non ha tempi e metodi definiti e un solo ente, anche un piccolissimo Comune, è in grado di bloccare o procrastinare un progetto strategico per l’intero Paese. Parlo per esperienza diretta: siamo infatti coinvolti nella realizzazione del Gasdotto Trans-Adriatico (Tap). È normale, poi, che gli investitori internazionali ci guardino come fossimo dei marziani”.

C’è dell’altro?
“Sì, purtroppo. Negli appalti pubblici, a causa dell’attuale formulazione del reato di abuso d’ufficio, tutti i responsabili unici del procedimento (Rup) vivono con la costante paura di ricevere una denuncia e, così, la soluzione adottata più frequentemente è… non fare nulla, lasciare che i progetti non si traducano in cantieri. I lettori possono vedere questo come un problema di poco conto, ma nel quotidiano genera conseguenze enormi per il settore delle costruzioni”.

La nostra Regione potrebbe adottare un provvedimento per sostenere le imprese locali?
“Già la precedente amministrazione regionale ha introdotto delle linee guida che, attraverso opportuni criteri di qualificazione, consentono alle stazioni appaltanti di dare maggiori opportunità alle imprese locali. Quando infatti partecipano e vincono opere di piccole dimensioni aziende che arrivano da molto lontano la redditività di queste commesse non può che essere penalizzata e aumentano i rischi di contenziosi e la probabilità che i cantieri non siano ultimati nei tempi previsti.
Queste linee guida, però, non sono vincolanti e, così, le stazioni appaltanti – per evitare di inciampare in qualsiasi ipotesi di abuso d’ufficio - le seguono in ben pochi casi.
A questo punto, l’attuale amministrazione può puntare a renderle vincolanti trasformandole in norma, come ha fatto la Provincia autonoma di Bolzano, oppure per lo meno legare l’erogazione dei contributi regionali all’adozione di queste linee guida. A maggior ragione ora che il decreto Sblocca Cantieri ha elevato la soglia massima a 1 milione per l’utilizzo della procedura negoziata”.

In veste di vicepresidente nazionale di Ance, cosa chiede al nuovo governo?
“I soldi per i cantieri pubblici ci sono già, sono stanziati. Quindi basta semplicemente togliere quei freni che ho indicato, a partire dalla riforma del reato di abuso d’ufficio. In più chiederei urgentemente l’accorpamento delle centrali appaltanti: non è pensabile che siano migliaia. Come fa un piccolo Comune ha organizzare un appalto quando molto spesso non ha personale neanche per tenere aperta l’anagrafe?”

Come siete riusciti, come Icop, a raddoppiare il portafoglio ordini nell’ultimo quinquennio?
“Facendo delle scelte. Già nel 2006 avevamo capito che la nostra dimensione non ci consentiva di andare all’estero come impresa generale, ma dovevamo specializzarci. E lo abbiamo fatto nelle opere di fondazione e nel microtunnel.
Inoltre abbiamo puntato non ai mercati emergenti, ma a quelli maturi dove abbiamo potuto affrontare la concorrenza con la nostra maggiore flessibilità e produttività. Certo, abbiamo dovuto adottare standard molto più alti, ma questo alla fine ci ha rafforzato ulteriormente”.

Quali saranno i vostri prossimi passi?
“Rispetto ai competitor stranieri soffriamo, come tutto il settore italiano, di sottocapitalizzazione. Per questo abbiamo avviato da alcuni anni un percorso che ha visto come prima tappa l’ingresso nella società, nel 2016, della finanziaria regionale Friulia per supportare lo sviluppo nei mercati esteri. Ha rappresentato un passaggio fondamentale, anche se all’inizio è stato traumatico perché a un’azienda familiare come la nostra ha imposto un cambio culturale. È stata la prima volta che abbiamo sentito parlare di bilanci certificati…
L’anno successivo, nel 2017, siamo partiti con due minibond per un totale di 12 milioni di euro. E anche in questo caso abbiamo dovuto imparare cosa sono i piani di investimento e i report periodici sui budget.
Un ulteriore passo per il rafforzamento patrimoniale lo abbiamo appena compiuto entrando nel programma Elite di Borsa Italiana.
Vedremo quali saranno le prossime tappe…”

Siete impegnati in project financing nella realizzazione della piattaforma logistica del porto di Trieste: anche questo fa curriculum?
“Ho conosciuto un mondo per me completamente nuovo: la logistica, in cui l’utilizzo o meno anche per un solo minuto di una infrastruttura determina il conto economico. Trieste, grazie all’attuale presidente dell’Autorità portuale, Zeno D’Agostino, professionista non solo capace ma anche appassionato e fantasioso, sta recuperando il ruolo strategico che aveva in passato”.

E il Friuli?
“Noi non abbiamo mai avuto un ruolo così internazionale. Oggi, però, potremmo sfruttare questo sistema di logistica in funzione del nostro sistema industriale. Come? Mi viene in mente il bacino della Ruhr in Germania che è alle spalle del porto di Amburgo: ha saputo ripensarsi e ha creato 34mila nuovi posti di lavoro.
Ragioniamoci, quindi, ma facciamo delle scelte e facciamole subito.
Per quanto riguarda noi di Udine ci troviamo a dover ripensare strumenti strategici come la fiera, il parco tecnologico e i consorzi industriali. Pur essendo nel centro geografico di questa rete logistica non vorrei che diventassimo sempre più marginali”.

Che idea ha del braccio di ferro confindustriale tra Pordenone e Udine?
“Al tempo della mia candidatura a palazzo Torriani ero stato descritto come contrario alla regionalizzazione, mentre denunciavo solamente la complessità del percorso e la necessità di procedere con prudenza e attenzione. Gli sviluppi successivi mi hanno dato ragione. Mi sembra che i grandi industriali friulani non si stiano sufficientemente mettendo in gioco nel sistema locale, manca una consapevolezza del ruolo sociale di Confindustria che non è soltanto fare lobby”.

Perché avete fondato l’associazione “Vicini di casa”?
“Per dare una risposta pratica e immediata all’immigrazione degli Anni ’90 che proveniva in gran parte dai Balcani. L’associazione si occupa di disagio abitativo a 360 gradi ed è nata dall’incontro di persone provenienti da esperienze diverse; anche per questo da sempre ha dato particolare importanza alla contaminazione tra mondo delle professioni, delle imprese e del terzo settore. Oggi gestiamo direttamente 160 alloggi, la gran parte in centri minori del Friuli spesso recuperando edifici vecchi. In questi anni abbiamo inserito oltre 4mila nuclei familiari”.

È cambiato il bisogno?
“Al tempo davamo sostegno a un percorso di crescita: un immigrato arrivava, trovava lavoro e cercava una casa per costruire la propria famiglia. Oggi invece chi ci chiede aiuto sta affrontando un percorso in discesa: ha perso il lavoro oppure ha divorziato…”

E cosa pensa dell’attuale politica migratoria?
“Deve tenere conto che come ogni migrazione epocale non è possibile porvi freno, ma va gestita. A prescindere da valutazioni politiche, lo strumento dell’accoglienza diffusa è l’unico percorribile. Solo dosi ‘omeopatiche’ di nuove persone consentono una vera integrazione”.

“I soldi per i cantieri pubblici ci sono già, sono stanziati. Quindi basta semplicemente togliere quei freni che ho indicato, a partire dalla riforma del reato di abuso d’ufficio. In più chiederei urgentemente l’accorpamento delle centrali appaltanti: non è pensabile che siano migliaia. Come fa un piccolo Comune ha organizzare un appalto quando molto spesso non ha personale neanche per tenere aperta l’anagrafe?”

Come siete riusciti, come Icop, a raddoppiare il portafoglio ordini nell’ultimo quinquennio?
“Facendo delle scelte. Già nel 2006 avevamo capito che la nostra dimensione non ci consentiva di andare all’estero come impresa generale, ma dovevamo specializzarci. E lo abbiamo fatto nelle opere di fondazione e nel microtunnel.
Inoltre abbiamo puntato non ai mercati emergenti, ma a quelli maturi dove abbiamo potuto affrontare la concorrenza con la nostra maggiore flessibilità e produttività. Certo, abbiamo dovuto adottare standard molto più alti, ma questo alla fine ci ha rafforzato ulteriormente”.

Quali saranno i vostri prossimi passi?
“Rispetto ai competitor stranieri soffriamo, come tutto il settore italiano, di sottocapitalizzazione. Per questo abbiamo avviato da alcuni anni un percorso che ha visto come prima tappa l’ingresso nella società, nel 2016, della finanziaria regionale Friulia per supportare lo sviluppo nei mercati esteri. Ha rappresentato un passaggio fondamentale, anche se all’inizio è stato traumatico perché a un’azienda familiare come la nostra ha imposto un cambio culturale. È stata la prima volta che abbiamo sentito parlare di bilanci certificati…
L’anno successivo, nel 2017, siamo partiti con due minibond per un totale di 12 milioni di euro. E anche in questo caso abbiamo dovuto imparare cosa sono i piani di investimento e i report periodici sui budget.
Un ulteriore passo per il rafforzamento patrimoniale lo abbiamo appena compiuto entrando nel programma Elite di Borsa Italiana.
Vedremo quali saranno le prossime tappe…”

Siete impegnati in project financing nella realizzazione della piattaforma logistica del porto di Trieste: anche questo fa curriculum?
“Ho conosciuto un mondo per me completamente nuovo: la logistica, in cui l’utilizzo o meno anche per un solo minuto di una infrastruttura determina il conto economico. Trieste, grazie all’attuale presidente dell’Autorità portuale, Zeno D’Agostino, professionista non solo capace ma anche appassionato e fantasioso, sta recuperando il ruolo strategico che aveva in passato”.
E il Friuli?
“Noi non abbiamo mai avuto un ruolo così internazionale. Oggi, però, potremmo sfruttare questo sistema di logistica in funzione del nostro sistema industriale. Come? Mi viene in mente il bacino della Ruhr in Germania che è alle spalle del porto di Amburgo: ha saputo ripensarsi e ha creato 34mila nuovi posti di lavoro.
Ragioniamoci, quindi, ma facciamo delle scelte e facciamole subito.
Per quanto riguarda noi di Udine ci troviamo a dover ripensare strumenti strategici come la fiera, il parco tecnologico e i consorzi industriali. Pur essendo nel centro geografico di questa rete logistica non vorrei che diventassimo sempre più marginali”.

Che idea ha del braccio di ferro confindustriale tra Pordenone e Udine?
“Al tempo della mia candidatura a palazzo Torriani ero stato descritto come contrario alla regionalizzazione, mentre denunciavo solamente la complessità del percorso e la necessità di procedere con prudenza e attenzione. Gli sviluppi successivi mi hanno dato ragione. Mi sembra che i grandi industriali friulani non si stiano sufficientemente mettendo in gioco nel sistema locale, manca una consapevolezza del ruolo sociale di Confindustria che non è soltanto fare lobby”.

Perché avete fondato l’associazione “Vicini di casa”?
“Per dare una risposta pratica e immediata all’immigrazione degli Anni ’90 che proveniva in gran parte dai Balcani. L’associazione si occupa di disagio abitativo a 360 gradi ed è nata dall’incontro di persone provenienti da esperienze diverse; anche per questo da sempre ha dato particolare importanza alla contaminazione tra mondo delle professioni, delle imprese e del terzo settore. Oggi gestiamo direttamente 160 alloggi, la gran parte in centri minori del Friuli spesso recuperando edifici vecchi. In questi anni abbiamo inserito oltre 4mila nuclei familiari”.

È cambiato il bisogno?
“Al tempo davamo sostegno a un percorso di crescita: un immigrato arrivava, trovava lavoro e cercava una casa per costruire la propria famiglia. Oggi invece chi ci chiede aiuto sta affrontando un percorso in discesa: ha perso il lavoro oppure ha divorziato…”

E cosa pensa dell’attuale politica migratoria?
“Deve tenere conto che come ogni migrazione epocale non è possibile porvi freno, ma va gestita. A prescindere da valutazioni politiche, lo strumento dell’accoglienza diffusa è l’unico percorribile. Solo dosi ‘omeopatiche’ di nuove persone consentono una vera integrazione”.


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