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Obbligati a costruire un nuovo futuro

Gianpietro Benedetti: "La pandemia sta colpendo più duramente realtà imprenditoriali e istituzionali già instabili e compromesse"

Obbligati a costruire un nuovo futuro

“Una scuola che non è all’altezza dei tempi è premessa per la decadenza di qualsiasi Paese”. Partiamo dalla radice dello sviluppo (la scuola appunto), quella che poi germoglia e si traduce in efficienza produttiva nel caso di Danieli come di qualsiasi industria grande o piccola, per analizzare assieme al presidente del gruppo di Buttrio, Gianpietro Benedetti, il delicatissimo momento che stiamo vivendo. Un momento in cui la pandemia ha soltanto aggravato situazioni imprenditoriali e anche istituzionali già instabili, per non dire compromesse.

Come è cambiata la strategia di Danieli in conseguenza degli effetti economici della pandemia? “Sostanzialmente non è cambiata, a parte aver messo in campo delle azioni temporanee per superarla con il minimo danno. Infatti, già a settembre 2019 era iniziato il ciclo down per l’acciaio e il Covid lo ha accentuato ancor di più. Era ed è, quindi, il momento di darsi da fare per spingere sull’innovazione dei prodotti e su investimenti per aumentare il valore aggiunto per dipendente. Tra l’altro, così facendo, saremo pronti per meglio cogliere le opportunità che la ripresa, presumibilmente nel 2022, offrirà”.

Come è andato l’esercizio chiuso a giugno? “Premetto, precisandolo, che il nostro gruppo è composto principalmente da due attività: quella riferita alla Danieli Plant Making, che è tra i primi 3 leader mondiali del settore degli impianti, e quella legata all’Abs Steel Making che è tra i 4 migliori produttori di acciaio di qualità in Europa. L’Abs ha sofferto molto il quadrimestre di inizio pandemia con il lockdown produttivo. I suoi conti, comunque, sarebbero stati in utile se non avesse dovuto metabolizzare la chiusura del tubificio tedesco Esw Röhrenwerke. La divisione ingegneria, rappresentata dalla Danieli, ha sofferto meno e l’esercizio si chiude con un fatturato in leggera flessione, attorno all’8- 10%, ma con un utile prossimo a quello dell’anno precedente. Il suo portafoglio ordini, poi, è stabile registrando un piccolo calo di soli pochi punti percentuali. Certamente l’impatto della pandemia sarà negativo sull’impiantistica, in generale, ancora per i prossimi mesi, soprattutto per l’impossibilità di viaggiare, ma per noi è un problema limitato grazie alla ramificata presenza di nostre sedi all’estero”.

Fatta la premessa che Danieli non è in vendita, riceve mai delle proposte di acquisto? “Effettivamente, per Abs ci sono proposte di partnership da parte di Baowu, che il più grande produttore di acciaio cinese, con circa 100 milioni di tonnellate all’anno prodotte. Baowu vorrebbe utilizzare Abs come testa di ponte per una sua presenza qualificata in Europa. Comunque, non credo che daremo seguito alla loro proposta”.

Che intenzioni avete quindi per Abs? “È una realtà negli ultimi anni cresciuta e che ora, con l’investimento in corso per il nuovo laminatoio 4.0, continuerà ancora a crescere. Dagli attuali 800-900 milioni di fatturato, puntiamo a portarla nell’arco di 2-3 anni a 1,3 miliardi. Crediamo, quindi, meriti maggiore autonomia rispetto al gruppo”.

Come cambierà lo scenario mondiale dell’impiantistica siderurgica? “Vent’anni fa i produttori di macchine e impianti per la siderurgia in Europa erano 10-15, tra grandi, medi e piccoli. Ora siamo rimasti in 5-6, di cui solo due rilevanti, noi e la tedesca Sms, mentre il terzo per dimensione è austriaco che però è stato acquisito dalla giapponese Mitsubishi. In Usa è andata molto peggio perché non è rimasto nessuno, mentre in Giappone i 4 che c’erano si sono fusi in uno. Questa la situazione attuale… Per il futuro sta crescendo rapidamente la concorrenza cinese. Concorrenza con medie e grosse aziende, forti del fatto che hanno un grande mercato casalingo. Infatti, la siderurgia cinese produce circa 800 milioni di tonnellate all’anno che è pari alla metà del consumo mondiale. Di lavoro quindi ce n’è in Cina, ma le forniture sono ormai fatte per il 70-80% da aziende cinesi che saranno i nostri prossimi temibili concorrenti sul mercato mondiale”.

Dia un paio di consigli per sopravvivere a un suo ‘collega’ di una piccola industria friulana? “Ci provo con pochi semplici suggerimenti: puntare sull’innovazione, avere in portafoglio prodotti con maggior valore aggiunto e lavorare su competitività e qualità con investimenti per attrezzature e impianti”.

Si dice che nulla sarà come prima, ma non crede che gli sforzi del governo italiano siano rivolti a preservare il passato – per esempio, con la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti - piuttosto che a costruire un nuovo futuro? “Qualcosa per affrontare l’emergenza andava fatto ed è stato effettivamente fatto. Ma in parallelo va anche definita una visione proattiva per rilanciare l’economia non in maniera artificiale aumentando il debito, ma operando per accrescere il Pil con prodotti hightech e competitività. È indispensabile una vision su cosa e come investire, che è una cosa ben diversa dallo spendere. Tra l’altro in Italia si investe poco, sia dall’esterno sia dall’interno, perché il Paese è complicato, con una credibilità ormai da tempo intaccata, e questo non facilita certamente l’intraprendere”.

Quanto si è aggravata la situazione italiana? “Vede, il prossimo anno ci troveremo con 2.500 miliardi di debito pubblico, ovvero circa 100mila euro di debito per ogni persona che lavora. Fortunatamente siamo in Europa e i tassi di interesse sono bassi. Comunque paghiamo ogni anno circa 3.000 euro di soli interessi per persona, vale a dire 6.000 per famiglia se si lavora in due. Non è poco e da qualche parte questi soldi dovranno essere prelevati. L’unica soluzione è quindi aumentare il Pil con prodotti di maggior valore aggiunto, unitamente alla produttività. Temi che ci hanno visto all’ultimo posto, perfino anche dopo Grecia e Portogallo, negli ultimi anni, ben prima del Covid. Purtroppo negli ultimi vent’anni e ancora oggi non ho visto alcuna seria e convincente azione per invertire la rotta. Ritengo quindi - e lo spero - che ora saremo obbligati dall’Europa, in base agli accordi per i fondi Next Generation EU, ad attuare le riforme che servono e che non sono certamente quelle che rincorrono il consenso e vogliono essere acchiappa-voti, ma quelle che servono per non affossarci sempre di più e per dare speranza che le cose cambieranno”.

L’industria è in grado di resistere comunque? “Stiamo assistendo a un depauperamento delle aziende medio-grandi che fino a oggi sono state il motore propulsivo del Pil e quindi della creazione di ricchezza e benessere. È l’effetto dell’onda lunga di un Paese che da oltre vent’anni è poco friendly nei confronti dell’impresa: in Italia si continua a legiferare partendo dal presupposto che tutti gli imprenditori sono fuorilegge. Il trend di impoverimento del sistema produttivo negli ultimi anni è peggiorato e qualcuno ha proposto per aziende decotte la soluzione, sbagliata, dello statalismo, forse ispirandosi a Mao, Chávez o Maduro. Basti pensare agli esempi di Alitalia e Ilva di Taranto”.
Questi e altri freni del sistema Paese ricordo di averli già ascoltati da lei oltre vent’anni fa… non è che continuerà a denunciarli ancora tra altri vent’anni? “Spero sempre in una presa di coscienza collettiva. Oppure, oggi spero in un’Europa che va rinnovata ma che continua ad avere principi sani, e che ci obbliga a cambiare e a migliorare anche se l’Italia stessa non lo vuole”.

Si sente rappresentato dalla Confindustria di oggi? “La Confindustria nazionale mi pare stia tentando di far considerare dalla politica le priorità che servono per poter intraprendere efficacemente. Vediamo cosa succede anche se, come stanno le cose, temo sia improbabile un’azione efficace. Sta di fatto, però, che la presenza proprio di medie-grandi aziende private italiane è sostanzialmente diminuita, per lo più vendute a società estere, quindi assenti da Confindustria. Rimane forte la presenza di aziende tipo Enel, Eni, Fincantieri, Salini Impregilo che hanno altre vision ed esigenze dell’industria media privata italiana”. 

Prenda un foglio bianco e disegni quello che secondo lei potrebbe essere il modello istituzionale adeguato ai tempi che viviamo. “Non essendo esperto di politica, è una domanda a cui non sono preparato per rispondere adeguatamente. Credo però che l’Europa vada consolidata e che il modello tedesco, con gli aggiustamenti del caso, sia appropriato. Per l’Italia una soluzione potrebbe essere un’organizzazione con macro Regioni tassate dal governo centrale per i servizi che rimangono appunto centrali. Per la gestione di tutto il resto penso che dobbiamo guardare a Land tedeschi, Cantoni svizzeri e Stati Usa che sono modelli che operano bene e che possono servire da benchmark. Questo servirebbe a responsabilizzare in toto le varie Regioni e quindi indurle a intraprendere un percorso virtuoso, che crei valore aggiunto anziché soltanto consumarlo”.

Un’Italia a più velocità? “I dati nazionali attuali su tasso di occupazione, Pil, evasione fiscale, disoccupazione e molto altro non rappresentano la realtà di molte regioni, alcune delle quali operano a livello delle migliori europee e producono gran parte del Pil nazionale. Mi riferisco in particolare al pentagono del Nord Italia costituito da Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Lombardia. Questi dati mescolati in una media nazionale fanno sì che non si focalizzi efficacemente la realtà, prendendone atto, e quindi agendo con le azioni necessarie per un miglioramento generale. È invece indispensabile evitare che le regioni virtuose, tra cui la nostra, depauperate eccessivamente da risorse, non possano investire adeguatamente in scuola, innovazione, infrastrutture, perdendo così progressivamente la competitività nei confronti con l’estero. Perché questo peggiorerà ulteriormente le finanze del Paese e il suo posizionamento in Europa”.

Perché la scuola non è considerata un argomento prioritario? “Attenzione, a parole non viene certamente detto che la scuola non è prioritaria, anzi sono in tanti che su essa fanno promesse e proclami. Di fatto, però, per questo Paese non lo è perché viene gestita malamente, mi pare senza competenza, e come tutte le gestioni in cui non si valuta il merito è destinata alla progressiva decadenza. Da ultimo anche la querelle sui banchi a rotelle e quant’altro per contrastare la diffusione del Covid-19 ha sorpassato qualsiasi immaginazione di gestione improvvisata, confusa, incompetente, probabilmente perché le persone che decidono non hanno mai lavorato con responsabilità reali, ovvero ‘pagando il dazio’ se sbagliano. Una scuola che non è all’altezza dei tempi è premessa per la decadenza di qualsiasi Paese”.

Qual è una scuola all’altezza? “Una che valorizza il merito, non solo degli studenti, ma di tutti quelli che ci lavorano, a qualsiasi livello. Deve premiare gli ottimi insegnanti e anche gli ottimi bidelli”. 

E-learning, e-commerce, egovernment… ma siamo proprio sicuri che è la strada giusta per la nostra società? “Non so se è la strada giusta, ma certamente è l’unica la strada. Date un’occhiata ai ragazzi come e quanto utilizzano pc, tablet, cellulari e avremo tutti la risposta a questa domanda. Un ragazzo se non sa qualcosa non chiede più ai genitori, ma digita su Google. E questo fenomeno non si ferma. Il nodo della discussione, però, è un altro. C’è l’esigenza di filtrare in qualche modo la ‘spazzatura’ e i condizionamenti che le informazioni in rete propongono, inducendo a scelte di parte. Questo è un fattore pericoloso per tutti e ancor di più per i ragazzi. Ritengo però che progressivamente la legislazione terrà conto di questi fenomeni regolandoli adeguatamente. E ciò interessa il mondo intero e progressivamente, credo, ci saranno regole universali. Quindi e-learning, e-commerce, e-government… non si fermeranno e molti dovranno cambiare l’attività che stanno portando avanti in modo tradizionale”. 

Visto quanto sta succedendo, la globalizzazione è il futuro o il passato? È la condanna o la salvezza? “Condanna o salvezza: potrebbe essere una condanna definitiva per chi non sviluppa prodotti e metodi produttivi innovandoli, e quindi, non essendo competitivo. A questo punto potrebbe anche cercare la salvezza nel protezionismo, ma alla lunga ovviamente questo metodo non paga. L’unica protezione che serve è quella dalla concorrenza sleale, magari finanziata da qualche governo, ma non ci deve mai essere protezione dal libero mercato. Quindi, ok a una globalizzazione regolamentata, che motivi a progredire, innovare e crescere con il valore aggiunto, con conseguente effetto positivo sul livello di vita grazie a uno scambio di beni e servizi in qualità da un Paese all’altro”.

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