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È la fine per l’era dello spreco

E' cominciata la rivoluzione che ci permetterà di abbandonare il modello lineare e le discariche

È la fine per l’era dello spreco

Sempre meno risorse, sempre più costose, insostenibilità ambientale dei processi produttivi e del consumo. Basterebbe citare questi fattori per spiegare come mai il modello basato sull’economia circolare, in base al si deve minimizzare lo spreco di materie prime creando un percorso virtuoso nel ciclo di vita di qualsiasi prodotto, si sta facendo rapidamente strada in tutti i Paesi più avanzati ed è diventato per l’Unione europea, e ovviamente per il nostro Paese, un passaggio obbligato. L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. In questo modo si estende il ciclo di vita dei beni, contribuendo a ridurre i rifiuti al minimo. Una volta che un oggetto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è composto vengono infatti reintrodotti nel ciclo economico. In tal modo si possono continuamente riutilizzare per altre produzioni generando ulteriore valore.

L’economia lineare che dal secolo scorso ha portato al costante aumento della produzione e del consumo semplicemente non si regge più in piedi: le materie prime scarseggiano e, soprattutto, l’enorme mole di rifiuti prodotta sta creando gravi squilibri ambientali, mentre il loro trattamento sta diventando ogni giorno più costoso e problematico. Il problema è diventato drammatico soprattutto a causa del ricorso sempre più ampio a materiali di sintesi. L’utilizzo di materiali sintetici ha permesso di realizzare oggetti un tempo impossibili per forma e funzione, ma oggi, dopo un secolo dall’avvio del loro utilizzo su scala industriale, ci stiamo accorgendo di quale sia il prezzo da pagare in quanto si tratta di materie con tempi di degradazione lunghissimi, tali che il loro accumulo nell’ambiente continua inarrestabile. Soltanto il 15% della plastica viene riciclata a livello planetario, secondo uno studio condotto nel 2018 dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione economica europea) mentre il 25% è sottoposto a recupero energetico ed il restante 60% finisce in discarica.
I PRIMI PASSI DELL'EU - I primi passi nel Vecchio continente sono stati mossi nel 2015, quando la Commissione europea ha varato un programma grazie al quale rendere più spedito il passaggio all’economia circolare ottenendo al tempo stesso maggiore competitività, nuovi posti di lavoro e processi produttivi più sostenibili. Sono in tutto 54 le misure da adottare per permettere di ottenere che il prodotto, una volta terminata la sua funzione, possa restituire ai processi produttivi i materiali con i quali è costruito. Quanto sia strategico ripensare il nostro modello produttivo e di consumo è testimoniato anche dal fatto che, proprio l’economia circolare è stata individuata tra gli strumento per contrastare i cambiamenti climatici. Nel marzo 2020 la Commissione europea ha presentato, sotto l’egida del Green deal europeo, in linea con la proposta per la nuova strategia industriale, il piano d’azione per una nuova economia circolare che include proposte sulla progettazione di prodotti più sostenibili, sulla riduzione dei rifiuti e sul dare più potere ai cittadini, come per esempio attraverso il ‘diritto alla riparazione’. I settori ad alta intensità di risorse, come elettronica e tecnologie dell’informazione e della comunicazione, plastiche, tessile e costruzioni, godono di specifica attenzione. Lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha quindi votato per il nuovo piano d’azione per l’economia circolare, chiedendo misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050. Sono anche incluse norme più severe sul riciclo e obiettivi vincolanti per il 2030 sull’uso e l’impronta ecologica dei materiali. Nel corso del 2021 è stata pianificato l’avvio di numerose iniziative che riguardano la revisione delle regole europee in materia di trattamento dei rifiuti, proposte legislative per regolamentare la certificazione dei prodotti, proposte legislative per favorire la transizione verde negli stili di acquisto dei consumatori, l’adozione di strategie europee in materia di fibre tessili sostenibili; l’adozione di una politica di produzione ecosostenibile partendo dalla revisione della direttiva europea sull’ecodesign, la revisione delle regole europee in materia di concentrazione delle sostanze inquinanti organiche nei rifiuti, la revisione delle caratteristiche richieste agli imballaggi destinati a diventare rifiuti e l’aggiornamento delle regole europee in materia di emissioni industriali.
LE EMERGENZE DA AFFRONTARE - Proprio questo breve elenco di iniziative chiarisce rapidamente quali siano i fronti più impegnativi. Nel caso dei rifiuti, per esempio, è evidente che la loro riduzione e il loro riutilizzo dipendano non soltanto da come sono costruiti e con quali materiali, ma pure dal comportamento dei consumatori che vanno guidati per modificare gli stili di acquisto e il corretto smaltimento. Nel caso delle materie plastiche, si calcola che ogni anno in Europa si producano almeno 26 milioni di tonnellate di rifiuti e che almeno l’80 dei rifiuti trovati in mare siano di plastica. Le line d’azione in materia di plastiche puntano perciò a proteggere l’ambiente e la salute umana riducendo l’inquinamento delle acque marine, a ridurre i gas serra e la nostra dipendenza dalle fonti fossili.
“Per ottenere questi traguardi - spiega il sito della Commissione europea dedicato al Green deal - sarà necessario modificare le modalità con le quali le plastiche sono progettate, prodotte, usate e riciclate, favorendo la transizione verso la produzione e il consumo consapevole di materiali plastici sostenibili. Quanto sia strategica questa iniziativa lo racconta per esempio la notizia che milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti in Germania federale si sono accumulati nei depositi dopo che la Turchia ha limitato la loro importazione, ripetendo in qualche maniera quanto è accaduto ai rifiuti plastici italiani che a un certo punto hanno riempito i capannoni dopo che la Cina aveva ridotto le importazioni mettendo in seria difficoltà per almeno due o tre anni la filiera nazionale dello smaltimento.
Lo stesso vale per le fibre tessili: il ricorso sempre più esteso a quelle sintetiche sta causando una vera e propria emergenza per quanto concerne le microplastiche. Ormai questi residui si trovano ovunque, dai corsi d’acqua al mare, dai campi coltivati della pianura alle vette alpine. Il fenomeno è ancora oggetto di studio per determinare dimensioni e pericolosità (anche nella nostra regione sono in corso campionamenti lungo le nostre coste per determinare quanto siano presenti i minuscoli frammenti di plastica), ma si tratta di avviare un cambio radicale che richiederà molto tempo. Anche quando si parla di ecodesign c’è parecchio lavoro da fare. I prodotti a basso prezzo destinati ad essere buttati perché non più riparabili si spera abbiano vita molto breve. Questo tipo di prodotti, a partire dagli Anni ’80 hanno letteralmente invaso i nostri mercati provenienti dall’estremo oriente, abituandoci a spendere poco ma mettendo in conto che il prodotto sarebbe durato poco e che lo avremmo gettato. Il risultato è che oggi le ecopiazzole sono perennemente piene di cianfrusaglie che vanno comunque smaltite e che ci costringono a pagare un prezzo molto salato in termini di tariffe sui rifiuti, senza tenere conto del fatto che la filiera dello smaltimento (soprattutto se il percorso dello smaltimento si conclude con l’incenerimento) ha costi ambientali tutt’altro che irrilevanti. In tal senso il diritto alla riparazione diventa una delle azioni portanti in grado di spazzare via una volta per tutte (si spera) lo scandalo dell’obsolescenza programmata, molto evidente nei prodotti elettronici, ma presente anche negli elettrodomestici di ogni dimensione. Quando cioè acquisteremo un prodotto dovremo avere la certezza che possa essere riparato in caso di malfunzionamento anche a distanza di qualche anno, perché solo in tal modo si riuscirà a spezzare la logica perversa che ha scaricato interamente sulle spalle dei cittadini i costi dello smaltimento di prodotti per nulla sostenibili dal punto di vista ambientale. La rivoluzione dell’economia circolare sta dunque muovendo i primi passi, ma a ben vedere trova un terreno fertile in consumatori non più disposti ad acquistare imballaggi inutili e molto attenti nel selezionare i rifiuti, tanto più che non passa giorno senza che ci si accorga di quanto pesante sia il tributo pagato a un consumismo senza limiti dove ciò che non serve viene semplicemente gettato.
Il fiorire di iniziative dimostrano che la gente sa adattarsi rapidamente. L’interrogativo, semmai, è se il sistema industriale e commerciale sarà in grado di adeguarsi creando anche le filiere necessarie per giungere presto a un’economia dove non si getti più nulla.
LE TRE R DELL’ECONOMIA CIRCOLARE - Riduzione, riutilizzo, riciclaggio. In estrema sintesi sono proprio questi i principi da seguire per arrivare a un’economia circolare. La riduzione implica tanto la produzione che il consumo: alle industrie spetta il compito di offrire prodotti che utilizzino materiali riciclabili facendo ricorso a processi il più possibile a basso impatto e consumo. Ai consumatori spetta il ruolo di orientare i propri acquisti tenendo conto non solo del prezzo del prodotto, ma pure dalla sua qualità, ovvero dalle sue caratteristiche, se sia riparabile o meno, se utilizzi materiali certificati, se siano disponibili i pezzi di ricambio che garantiscono di utilizzarlo per lungo tempo. Nel caso dei cittadini riduzione significa anche optare per prodotti con imballaggi facilmente riciclabili o basati sull’uso di contenitori riutilizzabili da riempire secondo le proprie necessità in appositi distributori. Proprio a quest’ultima caratteristica si collega la R del riutilizzo: un prodotto riutilizzabile può avere una seconda vita sul mercato dell’usato o dei prodotti ricondizionati dopo che sono stati sottoposti a revisione o riparazione.
E’ il caso sempre più frequente dei telefoni smartphone per i quali esiste un mercato fiorente dei prodotti di seconda mano. Riutilizzo significa che un prodotto può essere riparato e dunque che qualcuno lavora. Il riutilizzo può quindi offrire prospettive occupazionali importanti e forse favorire la riscoperta di mestieri che stavano rapidamente scomparendo. La R finale, quella del riciclaggio, ormai sappiamo molto bene cosa significhi. Appena 30 anni addietro chi si occupava di smaltimento dei rifiuti all’interno della Pubblica amministrazione, considerava il riciclo un lusso inutile. Questa miopia ha creato i presupposti per il disastro ambientale delle discariche, sorte un po’ ovunque tra gli Anni ’60 e ’90 dello scorso secolo, affare nel quale pochi guadagnarono molto e tanti (i cittadini) pagarono a caro prezzo, dal punto di vista della salute e dell’ambiente inquinato. Oggi molti Comuni (il Friuli Venezia Giulia è in tal senso tra le regioni più virtuose) superano agevolmente l’85% di differenziazione e solo una percentuale ridotta dei rifiuti che produciamo è destinata inevitabilmente all’incenerimento.
Ogni cittadino italiano produce in media pro capite mezza tonnellata all’anno di rifiuti. Di questi, si stima che circa il 18% sia destinato agli inceneritori, concentrati soprattutto al nord dove paradossalmente ci sono i maggiori problemi di inquinamento atmosferico. Ridurre, riutilizzare, riciclare sono comportamenti che avrebbero come effetto immediato la riduzione dei rifiuti prodotti e di conseguenza la riduzione dell’inquinamento causato dal loro smaltimento. L’economia circolare è ormai una realtà anche nella nostra regione che anzi è tra le più virtuose nel riciclo dei rifiuti. La dimostrazione migliore arriva dal centro di riuso “Maistrassâ” di Gemona, nato 5 anni fa da un gruppo di volontari del circolo di Legambiente Gemona che si rende conto che molti dei mobili ed oggetti che venivano conferiti nell’ecopiazzola erano in realtà beni ancora in buono stato e potevano essere reimmessi sul mercato; dopo un periodo di monitoraggio, nel novembre 2015, il centro di riuso apre ufficialmente le porte alla popolazione gemonese, e cresce fino a diventare noto a tutto il territorio friulano.
IL CENTRO MAISTRASSÂ - Il nome del centro, “Maistrassâ”, lega il territorio e il valore su cui questa attività si basa: è l’insieme di due parole friulane che significano “mai sprecare”. Attualmente il Centro raccoglie dal territorio mobili, elementi d’arredo, apparecchi informatici, giochi per bambini, e da un anno, grazie al “Bicilab 2 Ruote”, anche biciclette, poi cedute a fronte di una libera offerta. Il denaro raccolto è destinato in parte alla copertura dei costi di gestione del Centro (utenze, affitto, manutenzione dei locali, ecc.), in parte al sostegno di progetti ambientali o sociali.
“Questa realtà si è evoluta – spiega Sandro Cargnelutti, presidente di Legambiente Fvg - e si è fatta conoscere oltre che dalle amministrazioni, anche dal gestore di rifiuti locale, A&T2000, con cui ha recentemente stipulato una convenzione per il riuso: A&T 2000 selezionerà, in alcuni centri di raccolta, beni conferiti dalle utenze e già pronti per il riuso e li cederà al centro gemonese. Questi beni, selezionati secondo le istruzioni degli operatori del centro, saranno prodotti mai utilizzati, seminuovi o usati, puliti, in buone condizioni e funzionanti. E’ importante sottolineare l’innovazione di questo accordo: questi beni saranno sottratti al ciclo dei rifiuti, e garantiranno così un risparmio dal punto di vista dei costi di smaltimento a favore del gestore e, quindi, dei Comuni serviti e dei cittadini. Verranno assegnati a titolo gratuito a Maistrassà, che ne assicurerà la distribuzione, lo scambio e la commercializzazione”.
“Un’altra novità– spiega ancora Cargnelutti - è l’introduzione di un angolo dedicato completamente al riutilizzo della bicicletta: il BiciLab “2 Ruote”, inaugurato il 24 luglio 2020. Molte persone ci stanno già portando le biciclette che non utilizzano più e che grazie a un po’ di manutenzione, svolta dai nostri meccanici, possono essere rimesse in circolo. Questa novità è stata subito apprezzata e riconosciuta dal Comune di Gemona, con cui è in corso di elaborazione un accordo. L’intesa prevede che il Comune fornisca biciclette abbandonate nel territorio (già 18 quelle consegnate), e il centro le rimetta in funzione. Queste bici saranno infine destinate a usi sociali, a progetti e saranno a disposizione delle associazioni locali.
IL PROGETTO ECCO - L’ultima importante novità del centro di riuso è lo sviluppo del progetto “ECCO - Economie Circolari e di Comunità” per la rigenerazione ambientale, sociale e culturale promosso da Legambiente e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che punta a promuovere e sviluppare l’economia circolare. Nucleo principale delle attività i Ri-hub, 13 poli di “cambiamento territoriale” che coinvolgeranno cittadini, insegnanti, studenti e rappresentanti di associazioni ed istituzioni in attività di educazione alla sostenibilità e di promozione dei principi dell’economia circolare, oltre che di formazione diretta all’attivazione di filiere economiche sostenibili. I Ri-Hub sono dislocati in 13 diverse regioni italiane e proprio a Gemona si trova quello del Friuli-Venezia Giulia.
Gli scopi del progetto sono diffondere conoscenze ed informazioni in tema di prevenzione, riutilizzo e riciclo dei rifiuti; accrescere l’occupabilità e competitività dei giovani nel settore dell’economia circolare, favorendo l’inserimento nel mercato del lavoro di persone socialmente deboli; e infine sperimentare nuove forme di inclusione e innovazione sociale fondate sul concetto di community welfare che, attraverso la creazione di community che promuovono lo scambio e il riuso di beni non utilizzati, favoriscono l’integrazione e la coesione sociale. Il progetto prevede laboratori formativi pratici gratuiti, per sviluppare le filiere (nel caso del Maistrassà quella della ciclomeccanica e del riuso creativo) e facilitare l’avviamento al lavoro di persone disoccupate, in situazione di fragilità economica, relazionale o sociale. Il primo corso di formazione riguarda la ciclomeccanica con 40 ore di lezioni su manutenzione e riparazione della bicicletta, tenute da esperti locali del settore. Il corso è destinato a chiunque sia interessato, anche se purtroppo, per questioni pratiche, la classe potrà essere composta da non più di 15 adulti. Il corso è iniziato lunedì 22 febbraio e si è concluso lunedi 31 maggio. Il secondo corso di formazione è quello di riuso del mobile, iniziato l’8 maggio e che terminerà alla fine di giugno, ogni sabato dalle 14 alle 18 al centro.
“Lo scopo di questa formazione - conferma Cargnelutti - è di insegnare ai partecipanti il modo di restaurare un mobile. Uno dei punti focali del progetto è la formazione e la sensibilizzazione sui temi dell’economia circolare. Per questo, nelle scuole teniamo corsi corsi sui temi dei green jobs dove parliamo dell’indagine svolta da Legambiente e Green Factor sulle nuove professioni verdi, coinvolgendo esperti del settore e esempi locali di esperienze green”. Questa primavera (Covid permettendo), sarà anche realizzato un altro corso di formazione pratico sul riuso creativo.

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