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Il mare Adriatico lancia un grido d’allarme

E' invaso dalla plastica e la corrente adriatica sta portando i rifiuti dalle coste croate alle nostre. Fra vent’anni non si potrà più navigare, il problema va affrontato all’origine

Il mare Adriatico lancia un grido d’allarme

Il mare Adriatico lancia un grido d’allarme con la voce della città di Dubrovnik: la città croata è al collasso, assediata dai rifiuti marini che, favoriti dalla corrente, inquinano le sue acque arrivando direttamente dall’Albania. L’Adriatico è infatti percorso da un flusso marino che entrando dal canale d’Otranto risale la costa orientale, per poi lambire il Friuli Venezia Giulia, e ridiscendere verso il Mediterraneo seguendo le coste italiane. Parafrasando l’effetto farfalla di Lorenz, una bottiglia di plastica lanciata in mare a Scutari probabilmente arriverà prima o poi a Trieste o Lignano. Ma la dimensione del fenomeno è molto più grande di una bottiglietta di plastica. Per esempio in un seminario il velista Giovanni Soldini, forte di un’impressionante esperienza che l’ha visto incagliarsi su di un’isola di plastica galleggiante, ha previsto che "fra vent’anni non sarà più possibile navigare in sicurezza per la quantità e la dimensione dei rifiuti marini”.

Il problema coinvolge l’intero pianeta: occorre però affrontare i problemi localizzandoli nella loro specifica geografia. Il fenomeno dei rifiuti marini coinvolge tutte le acque e per questo servono trattati e accordi che permettano subito delle imprescindibili operazioni di pulizia. Inoltre il problema va affrontato all’origine: abbiamo bisogno di un’economia circolare che ci permetta di progettare, fin dall’inizio, il fine vita di ciò che produciamo. Alcune aziende, anche in Friuli Venezia Giulia come Valcucine o La Cividina, hanno già adottato protocolli che prevedono questa soluzione. Sarebbe necessario che il legislatore intervenisse in modo più incisivo per spingere il sistema produttivo a progettare prodotti pensati sin dal principio per il disassembling e il successivo riciclo.

Occorre immediatamente tappare la falla dell’inquinamento marino, individuando i rifiuti dispersi in mare, sopra e sotto la superficie. E in questo la tecnologia ci dà un notevole supporto. Ad esempio con la robotica marina che, grazie a veicoli adattati a specifici utilizzi, permette di scandagliare superficie e profondità marine. Grazie ai robot e a particolari sonde riusciamo a individuare i rifiuti marini classificandone precisamente la tipologia. E questo anche mettendo a confronto le rilevazioni satellitari con l’esplorazione diretta delle acque tramite robot. I mezzi tecnologici per individuare i rifiuti marini ci sono. Ora occorre una reale collaborazione territoriale per stabilire chi pulisce cosa e quando.

Guido Bortoluzzi, docente del Dipartimento di Scienze economiche, aziendali, matematiche e statistiche “Bruno de Finetti” (Deams) dell’Università di Trieste

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