Home / Gusto / I nostri vini autoctoni stanno sparendo

I nostri vini autoctoni stanno sparendo

Sempre meno vigneti di Friulano (Tocai), Refosco e Verduzzo. Unica eccezione l'exploit della Ribolla gialla, ma perché è salita sull'onda degli spumanti

I nostri vini autoctoni stanno sparendo

I vini internazionali più alla moda si sono ‘bevuti’ i nostri autoctoni. Tocai, Refosco, Verduzzo e, poi, Schioppettino, Tazzelenghe e un’altra decina di vitigni antichi locali dopo aver servito con devozione il popolo friulano per secoli, sono sempre più ai margini. Anzi, con le mode del momento e la dittatura del mercato, rischiano di diventare semplici reperti archeologici. “Non era difficile pronosticare che il fenomeno Prosecco rischiava di avere un impatto importante sul Vigneto Friuli – commenta l’enologo Stefano Trinco -. Ora i dati parlano chiaro. Attualmente oltre il 50% della superficie vitata regionale è suddivisa tra Pinot grigio e Glera (il vitigno da cui si produce il Prosecco, ndr). In poco più di dieci anni i vigneti totali sono aumenti di circa 6.500 ettari, da 19.500 a 26mila, quasi tutti destinati alla coltivazione della Glera. Una crescita esplosiva tanto che da portare, da un paio d’anni, lo stop alle rivendicazioni di Prosecco, seguito ora anche dallo stop al Pinot grigio”. Il boom, quindi, sembra rallentare, ma non si parla affatto di riscoperta dei vitigni locali.

“I viticoltori ora puntano su Pinot nero, in gran parte destinato al Prosecco rosé, mentre chi negli scorsi anni, soprattutto in pianura, ha piantato Ribolla gialla si sta rendendo conto che non è poi così remunerativa come sperava – continua Trinco -. Anche per i vivaisti non è un momento facile visto il futuro indecifrabile. Tutto questo, al netto delle attuali incertezze, ha comunque portato un benessere economico notevole. Sul piano produttivo invece chi ci ha rimesso sono le varietà autoctone. Escludendo la Ribolla gialla, in aumento visto le intrinseche doti di spumantizzazione, infatti sono tutti in stallo o in calo”.
Le uve autoctone coltivate sull’intera superficie regionale, come Tocai friulano, Refosco e Verduzzo, sono le tipologie che più hanno subito l’avanzata del fenomeno Glera. “Soprattutto in pianura dove vengono coltivate solo da quelle aziende che coprono l’intera filiera produttiva e che le producono e commercializzano solo per le proprie necessità – continua l’enologo -. Un po' diverso il discorso in collina, dove gli autoctoni resistono perché prodotti e valorizzati da azienda che hanno fatto la storia del Vigneto Friuli. Questi vini possono essere il volano per quello che si sta rivelando una preziosa arma commerciale: quella legata all’enoturismo. Impensabile che un ospite non lasci la nostra regione senza un bottiglia di Friulano, di Vitovska, di Refosco o di Pignolo. In questo modo si possono valorizzare anche le piccole aziende e le loro nicchie fatte da preziosi vini autoctoni. Senza contare che ormai dal punto di vista enologico la qualità è altissima”.
Oggi la produzione friulana è concentrata su vini che producono in tutto il mondo – commenta Michele Bertolami, direttore dell’istituto di certificazione Ceviq di Pradamano -. Ricordiamoci, poi, che almeno il 70% delle nostre uve e del nostro vino sfuso certificati vengono venduti ad aziende trentine e venete che poi lo imbottigliano e commercializzano con le proprie etichette”.
“Se a un consumatore proponessero una bottiglia di Corvina, Nebbiolo o Sangiovese la sua reazione sarebbe probabilmente meno convinta rispetto a nomi come Barolo, Montalcino, Barbaresco o Valpolicella, con cui l’interesse salirebbe. Eppure, i primi non sono altro che i vitigni autoctoni da cui si ricavano proprio quei vini famosi in tutto il mondo. Gli autoctoni friulani, quindi, possono essere riscoperti e rappresentare un’opportunità - conclude Bertolami -, però bisogna legarli al turismo del territorio e soprattutto creare un progetto di comunicazione e commerciale della filiera".

SERVE UN PIANO - Il Pinot grigio o il Prosecco non hanno soffocato i nostri autoctoni. “Il loro calo è stato determinato dalla mancanza di una identità enologica e di un piano commerciale – spiega il direttore della Cantina La Delizia di Casarsa, Mirko Bellini – lo dimostra anche il fatto che quando questi due elementi sono stati messi in campo, il successo è arrivato, come con la Ribolla gialla”.
Per Bellini il Pinot grigio è un prodotto da esportazione, mentre il Prosecco è il frutto della globalizzazione della viticoltura. Entrambi, però, hanno garantito continuità di reddito a gran parte delle aziende della regione. “Chiediamoci, poi, perché in trecento anni la Ribolla non è mai stata coltivata in pianura – continua Bellini – e oggi ci troviamo con oltre 1.700 ettari. Incentivi e un progetto commerciale hanno fatto la differenza”.
Gli spazi, secondo il dirigente della grande cantina cooperativa, anche per gli autoctoni ci sono, ma oggi sono più difficili da recuperare: “Ci vuole però un progetto di identità enologica e commerciale” conclude.

Cronaca

Economia

Politica

Spettacoli

Sport news

Il Friuli

Business

Green

Family

Invia questa pagina ad un tuo amico
I campti contrassegnati con * sono obbligatori