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Dopo il voto, è urgente ripensare il Parlamento

Il taglio degli eletti e l’accorpamento dei collegi hanno dimezzato la rappresentanza Fvg a Roma

Dopo il voto, è urgente ripensare il Parlamento

Certo, disinnescare la bomba energetica è prioritario, ma se appena terminate le elezioni politiche non si apre il cantiere di una riforma del sistema parlamentare che recuperi quel legame con il territorio reciso dal taglio del numero dei parlamentari e dall’accorpamento dei collegi, a qualsiasi nuova emergenza ci troveremo, punto e a capo, senza la sufficiente capacità gestionale.

E' la presidente della Commissione paritetica Stato-Regione del Friuli Venezia Giulia, Elena D’Orlando, costituzionalista docente all’ateneo friulano, a suggerire ai politici la strada da percorrere. Con il taglio dei seggi nel nuovo parlamento ci sarà un deficit di rappresentanza dei territori, del Friuli soprattutto. Come si potrebbe ovviare in futuro?

“Il Friuli Venezia Giulia è una delle Regioni più penalizzate dalla riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari: alla Camera si passa da 13 a otto deputati, quindi con un taglio del 38,5%, mentre al Senato sono gli eletti al posto dei sette dell’ultima tornata, con una riduzione addirittura del 43 per cento. A ciò di aggiunge una ridefinizione dei collegi elettorali che priva alcune parti del territorio della garanzia di avere propri rappresentanti, come la montagna e Gorizia, sulla base di accorpamenti del tutto irragionevoli, specie quello dell’Alto Friuli con il Pordenonese. E' una riforma basata su una propaganda fatta di slogan, per altro tutti indimostrati, per cui la riduzione dei parlamentari avrebbe significato un Parlamento più efficiente, leggi migliori e minori costi, nascondendo così gli unici dati oggettivi su cui si doveva e si deve invece riflettere: l’inefficienza del Parlamento deriva dal fatto che le Camere sono l’una il duplicato dell’altra, perché fanno esattamente le stesse cose; l’inefficacia del Parlamento dipende dalla scarsa qualità delle leggi e delle visioni politiche a esse sottostanti. Rispetto a queste criticità il numero dei deputati o dei senatori è del tutto irrilevante”.

Come si superano quindi i veri nodi del nostro sistema parlamentare? “Innanzitutto con una seria riforma del bicameralismo, che renda finalmente il Senato una camera delle Regioni sul modello tedesco o austriaco, con conseguente naturale riduzione del numero dei suoi membri: il Bundesrat tedesco ne ha 69, il Bunderat austriaco 61. In secondo luogo con un serio ripensamento della legge elettorale, che aiuti i partiti a selezionare una classe politica realmente radicata nel e rispondente al territorio e li liberi dall’ossessione di trovare soluzioni congeniali solo a risultati di piccolo cabotaggio. Al di là del tema delle riforme, va sottolineato che le cose possono realmente cambiare a condizione che cambi il modo di fare politica e di intendere il proprio. E' un problema di cultura politica, evidenziato anche dalla scarsa presenza del tema dell’autonomia nei programmi elettorali”.

Attualmente l’unica forma di rappresentanza dei territori è la Conferenza delle Regioni, presieduta dal ‘nostro’ Massimiliano Fedriga. Come sta funzionando?

“La Conferenza delle Regioni è un organo che, sebbene non previsto dalla Costituzione e non disciplinato in modo organico dalla legge, si è imposto nei fatti perché si tratta dell’unica sede istituzionale in cui Stato e Regioni si confrontano in modo tempestivo ed efficace. La gestione della pandemia lo ha dimostrato chiaramente: solo un’interlocuzione diretta e costante tra i diversi livelli di governo ha consentito di dare risposte adeguate alla gravità dell’emergenza. Questa circostanza rivela un dato che riporta alle precedenti considerazioni: anche in quegli ordinamenti nei quali lo Stato ha accentrato i poteri per fronteggiare la crisi sanitaria, come accaduto in Italia, la necessità di adottare processi decisionali concertati con le Regioni è emersa in modo evidente. E la ragione per cui non se ne può fare a meno è intuibile: se si vuole che i provvedimenti producano gli effetti sperati, è necessario concertarli con chi poi è chiamato concretamente a dare loro attuazione. Una politica top-down non è conciliabile con il pluralismo che caratterizza il nostro Paese, pena il suo fallimento”.

Qualche partito parla già di riforma costituzionale, secondo lei quali dovrebbero essere i punti prioritari?

“Premetto che ritengo sbagliato fare un uso 'congiunturale’ della Costituzione, cioè ritoccarla qua e là in modo strumentale al conseguimento di obiettivi propagandistici, senza che vi sia una visione organica sottostante, come è avvenuto appunto per la riduzione dei parlamentari. Ritengo invece utile cominciare a riflettere, con obiettivi chiari e di sistema, su alcuni aspetti della nostra forma di Stato e di governo che, con l’andare del tempo, paiono non più così adeguati alle esigenze di funzionalità dell’ordinamento. Mi riferisco, in particolare, al bicameralismo paritario che, come già detto, non assolve più la sua originaria funzione, cioè cementare l’unità del Paese realizzata sulla base di compromessi di varia natura tra le diverse componenti della società. Esso andrebbe superato, creando una Camera di rappresentanza delle Regioni che consentirebbe di portare le sensibilità dei territori all’interno dei processi decisionali centrali”.

Qualcuno mette in discussione anche il modello di designazione dell’esecutivo, lei cosa ne pensa?

“Mi pare opportuno riflettere anche sulla forma di governo, nella misura in cui quella attuale si è rivelata una formula che ha progressivamente allentato il rapporto tra rappresentanza e responsabilità politica, tra eletti ed elettori. Basti pensare a tutti i cambi di governo che ci sono stati nella legislatura che ora volge al termine per capire come il corpo elettorale sia stato estromesso a fronte di una gestione tutta partitica delle crisi politiche, in un momento in cui, peraltro, i partiti hanno un radicamento e un consenso non particolarmente forti all’interno della società. Certo è che, se una stagione di riforme costituzionali dovesse aprirsi, fondamentale sarebbe il metodo della sua gestione, che non potrebbe essere unilaterale od oligarchica, ma dovrebbe coinvolgere tutte le forze politiche presenti in Parlamento. La strada già percorsa in passato, e che rimane la più corretta dal punto di vista costituzionale, è quella dell’istituzione di una apposita commissione bicamerale. Considerate le esperienze pregresse, tuttavia, il suo mandato dovrebbe prevedere il coinvolgimento, nella fase istruttoria, di settori della società qualificati, al fine di delineare un disegno organico che possa conciliare e allo stesso tempo superare gli inevitabili interessi partitici, che potrebbero altrimenti rischiare di inficiare il risultato complessivo se non addirittura di impedirlo”.

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