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Prigionieri degli errori giudiziari

I casi in Fvg. Ingiustamente incarcerati o condannati, i protagonisti delle storie di malagiustizia cercano il risarcimento per una vita spezzata dagli equivoci del tribunale

Prigionieri degli errori giudiziari

Qualcuno ha tolto il nome dal citofono, qualcun altro ha manifestato attacchi di panico. Altri ancora cercano giustizia attraverso le richieste di risarcimento. Tutti fanno fatica a dimenticare. Sono le vittime di errori giudiziari: quelli a cui a vario titolo è stata illegittimamente tolta la libertà perchè sono stati accusati di qualche reato.
Molti dei casi accaduti in Italia sono stati raccolti dal giornalista Valentino Maimone che, assieme al collega Benedetto Lattanzi, da 20 anni se ne occupa e ha prima creato il sito errorigiudiziari.com (archivio online che comprende 788 casi) e poi fondato l’omonima associazione. Sul tema hanno anche scritto un libro – “Cento volte ingiustizia – Innocenti in manette” (Mursia) – e realizzato il primo docufilm italiano, dal titolo “Non voltarti indietro”.

“Le fonti del nostro archivio sono avvocati, stampa nazionale e locale, associazioni, cittadini comuni – spiega Maimone -. I dati sono difficili da reperire e da calcolare: i più aggiornati arrivano alla fine del 2018. Possiamo dire che, in media, nel nostro Paese si verificano circa 1000 errori giudiziari all’anno. A guardare più nel dettaglio il Friuli Venezia Giulia, nel 2015 si sono verificati 15 casi, nel 2016 sono stati 6, mentre ne risultano 4 sia nel 2017 che nel 2018. La netta diminuzione dopo il 2015 non sembra dovuta, però, a qualche comportamento virtuoso messo in atto, quanto a una maggiore attenzione nel valutare le istanze di risarcimento presentate, che vengono accolte con maggiore prudenza”.


I casi di errori giudiziari appartengono a due categorie, differenza da cui discende il tipo di risarcimento che si può chiedere.
“L’ingiusta detenzione riguarda la custodia cautelare prima del processo – precisa Maimone -. Quando si è dichiarati innocenti con sentenza definitiva, si può richiedere un indennizzo pari a 235,82 euro per ogni giorno trascorso in carcere e 117,91 euro se si è stati agli arresti domiciliari, fino a un tetto massimo di 516.450,90 (il vecchio miliardo di lire). Quando si è vittima di un errore giudiziario vero e proprio, invece, si è condannati con sentenza definitiva, ma poi interviene qualche elemento che porta alla revisione del processo e arriva la sentenza di assoluzione. In questo caso si può chiedere un risarcimento per l’intera detenzione”.

La riforma della giustizia di cui si sta discutendo in Parlamento in questi giorni, con l’allungamento dei tempi della prescrizione, come potrebbe influire sul destino delle vittime di errori giudiziari? “Innanzitutto il rischio è che aumenti il numero di sbagli nell’esercizio della giustizia. In secondo luogo sarà sempre più difficile avere un quadro dell’estensione del fenomeno perché i tempi per le istanze si allungheranno di conseguenza”.

Pordenone - Non era lui il basista della banda
Sono 14 mesi di custodia cautelare in carcere più un altro mese agli arresti domiciliari. È il tempo che Corrado Di Giovanni ha trascorso in custodia cautelare, in attesa del processo in cui era accusato di essere la talpa di una banda dedita ai furti in villa a Pramaggiore, Pasiano di Pordenone e Mansuè.
Di Giovanni fu arrestato nel 2012 a seguito della rapina nella dimora di un suo conoscente, l’imprenditore Graziano Zucchetto, cui i malviventi spararono anche due colpi di pistola.
Secondo l’accusa, Di Giovanni aveva promosso l’associazione per delinquere “procurando informazioni sugli obiettivi da attingere e comunicando dettagli al cugino Massimo”.
Al processo di primo grado Corrado Di Giovanni viene assolto. In appello, nel giugno 2014, la sentenza viene confermata. Ma nel frattempo l’uomo, agente di commercio, ha perso il lavoro. Eppure finora gli è stata negata la riparazione per ingiusta detenzione ora attende assieme ai suoi legali la decisione della Cassazione a cui hanno fatto ricorso.

Mortegliano - Costretto alla semilibertà per 7 anni
“Associazione a delinquere finalizzata al contrabbando di giovani bovini da ingrasso, introdotti in territorio italiano senza autorizzazione, falsificando documenti ed eludendo il pagamento dei diritti doganali”. Con questa accusa nel lontano 1985 fu arrestato Adriano Sergio Lodolo di Mortegliano, incolpato di aver agito con alcuni complici a Udine e Roma e di aver ricavato miliardi dal traffico illecito. Lodolo trascorse i primi 7 giorni di reclusione in di isolamento, poi, per i 45 giorni successivi, visse in una cella con altri detenuti. Ottenne la semilibertà: il provvedimento si protrasse per 7 anni fino alla fine del processo, nel 1992. Nel dibattimento, che si svolse con rito abbreviato, il Tribunale di Udine assolse Lodolo da tutte le imputazioni a suo carico “perché il fatto non sussiste”. A questo punto Lodolo assieme al suo legale presentò istanza di risarcimento per l’ingiusta detenzione patita.

Udine - Senza giustizia per mezzo secolo
Prima di Stefano Cucchi è a Luciano Rapotez che si deve pensare quando si parla di torture in carcere. Era il 1955 quando il muratore ed ex partigiano friulano, che allora aveva 35 anni, venne arrestato e accusato di triplice omicidio. Il delitto era quello dell’orefice Giulio Trevisan, della fidanzata Lidia Ravasini e di una domestica, avvenuto a Trieste 9 anni prima e rimasto insoluto. Dopo l’arresto Rapotez fu sottoposto a torture finché firmò una confessione. Dopo 34 mesi di detenzione preventiva, nel 1957, venne assolto per insufficienza di prove e rimesso in libertà. Da quel momento e fino alla sua morte, avvenuta nel 2015, Rapotez si batté per un risarcimento e condusse la sua battaglia fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, senza mai ottenere, però, alcun indennizzo.

Gorizia - Scambiato per un assassino
La Corte d’assise d’appello di Trieste lo aveva condannato, nel 2000, a 19 anni di carcere, per l’omicidio di un commerciante a Peteano avvenuto nel 1997. Dopo sette anni la Corte d’appello di Ancona, nel processo di revisione, lo ha riconosciuto innocente, vittima di uno scambio di persona.
Protagonista della drammatica vicenda un montenegrino che allora aveva 41 anni,  Darko Grandis.
 La vicenda ha inizio quando un commando proveniente dall’ex Yugoslavia rapisce e uccide a Peteano Zvonko Repic, commerciante di origine serba. Alla base del delitto un debito di 200mila marchi. Per l’omicidio furono condannati anche il presunto mandante Zoran Radosavljevic e i due esecutori materiali Nebojsa Jeremic e Emir Dzanovic. A incastrare l’uomo era stato un passaporto falso a suo nome, che uno degli assassini aveva utilizzato per entrare in Italia.  Nel processo di revisione, la difesa dimostrò con diverse testimonianze, fra cui quella di uno degli autori dell’omicidio, oltre che con perizie fotografiche, che non era Grandis la persona che possedeva il passaporto.

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