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Caserma di Villa Opicina, fare chiarezza sul Radon

Il Nuovo Sindacato Carabinieri chiede di tutelare la salute dei militari

Caserma di Villa Opicina, fare chiarezza sul Radon

Fare chiarezza sulla presenza di Radon nella caserma dei Carabinieri di Villa Opicina e tutelare la salute dei militari. E’ la battaglia ingaggiata dal Nuovo Sindacato Carabinieri che, con il suo segretario di Trieste, Marco Gatta, ha chiesto l’accesso agli atti. Parliamo, infatti, di un gas di origine naturale che, se inspirato in quantitativi in eccesso e per periodi prolungati, può provocare seri danni alla salute, in particolare ai polmoni, qualificandosi come seconda causa di rischio per l’insorgenza di un tumore, dopo il fumo.

“La storia – spiega il segretario Nsc – inizia nel 2013, quando l’Arpa Fvg eseguì le prime misurazioni. Nel 2014, fu riscontrata un’alta presenza di questo gas radioattivo nell’ufficio del Comandante, pari a 500 becquerel. Si decise di chiudere il locale, spostando l’ufficio in un’altra ala della villa, edificio costruito nel 1920 e dal 1957 adibito a stazione dell’Arma. In altre stanze, il livello era di 400 Bq, valore considerato accettabile per la normativa italiana, ma superiore al limite imposto dall’Europa”.

“All’epoca – spiega Gatta – ero ancora in servizio nella Caserma e avevo chiesto all’Arpa un confronto, anche con i vertici provinciali dell’Arma, per individuare una soluzione al problema. I tecnici indicarono la necessità di eseguire alcuni lavori, isolando il pavimento (il radon è presente nel terreno sottostante, ndr) e creando un impianto di ventilazione forzata, suggerendo, nell’attesa, di cercare di aerare il più possibile i locali”.

“L’Arpa tenne monitorati i livelli anche nel 2015 e 2016, quando furono riscontrati dati sopra la soglia nelle camerate, costringendo a trasferire i militari di stanza a Basovizza. Poi, dal 2016 al 2019, delle misurazioni è stato incaricato il Dipartimento di medicina legale militare e non si sono più riscontrati sforamenti, tanto che per il 2020 non sono stati previsti monitoraggi”, prosegue Gatta.

“Nel frattempo, non sono stati eseguiti lavori e nessuno dei militari è stato sottoposto ad alcun tipo di screening. Senza considerare che al piano superiore sono presenti due alloggi di servizio, uno dei quali occupato anche da bambini, nei quali non sono mai state eseguite le misurazioni. Per questo, come sindacato (nato nel 2019 e formato da militari, ma autonomo rispetto alla struttura dell’Arma, ndr), ci siamo impegnati per trovare una soluzione. Così, ad aprile abbiamo chiesto alla Caserma di accedere agli atti, per capire come si poteva procedere, nel massimo spirito collaborativo. Ma il 22 maggio abbiamo ricevuto comunicazione dal Comando Generale che la richiesta era stata negata dal Comando di Villa Opicina. A giugno ho, quindi, presentato una richiesta di accesso agli atti alla Presidenza del Consiglio che, il 9 luglio, mi ha dato ragione, sia nella mia veste di sindacalista sia in termini di tutela della salute, dal momento che io stesso, per quasi due anni e mezzo, ero stato impiegato a Villa Opicina. Il 5 agosto, però, il Comando della Stazione ha confermato il suo diniego, nonostante il parere favorevole”.

“A fine agosto ho, quindi, presentato un secondo ricorso, supportato anche dal sindacato nazionale. Ora siamo in attesa di una risposta, perché vogliamo che sia tutelata la salute dei militari, un obbligo anche morale, alla luce del giuramento di fedeltà prestato alla Costituzione”, conclude Gatta.

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