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Disagio psichico, no allo stigma

Lettera di un gruppo di familiari di persone seguite dai Centri di Salute Mentale dell'ASUIUD: "Ci sentiamo soli nella misura in cui i servizi per la salute mentale vengono depauperati di risorse umane e strutturali"

Disagio psichico, no allo stigma

Non è facile abbattere i pregiudizi e le preoccupazioni sociali legate ai distrubi psichici, in una parola: lo stigma. Spesso le cronache riportano episodi, anche di violenza, con protagoniste persone affette da disturbo, alimentando il clima di diffidenza e la percezione del pericolo legato alla malattia mentale.

Un gruppo di familiari di persone seguite dai Centri di Salute Mentale dell'ASUIUD ha scritto una lettera, che riportiamo integralmente, per "replicare allo stigma, emerso in recenti episodi, della presunta pericolosità sociale delle persone affette da disagio psichico, senza che questo pensiero sia suffragato da dati epidemiologici". Non solo, i famigliari di persone seguite denunciano anche di sentirsi soli quando ''i servizi per la salute mentale vengono depauperati di risorse umane e strutturali''.

"In particolare - si legge nella missiva delle associazioni ARUM APS e Idealmente ODV - ci siamo trovati a leggere su un quotidiano che "al problema viene dedicata scarsa attenzione dall'opinione pubblica, dalle istituzioni e dal legislatore e come possibile fonte di reato è sottovalutato". Concordiamo solo sul fatto che viene data poca attenzione al disagio psichico in generale. Purtroppo non viene mai affrontato l'argomento di COME alleviare il carico emotivo e pratico delle persone con disagio e di chi vive con loro. Manca una concreta e completa attuazione della legislazione vigente (Legge Basaglia 180/1978 e legge 833/78 cardini del nostro servizio sanitario pubblico); manca una sensibilità ed un'educazione sociale e delle istituzioni stesse a relazionarsi con chi è psichicamente sofferente. E' statisticamente dimostrato che dove c'è una buona rete di servizi di salute mentale il ricorso a misure come il TSO, gli accessi al pronto soccorso o il ricovero ai REMS è nettamente inferiore rispetto alle Regioni dove tali servizi sono carenti. L'unica vera soluzione è il potenziamento dei servizi e l'inclusione sociale, è imparare a rapportarsi con chi soffre, è imparare a parlarne sui mass media con rispetto, dignità e accoglienza. L'aiuto che chiediamo non è quello di essere tutelati dai nostri cari, ma di contare su un'efficace assistenza sanitaria e sociale, presente sul territorio 24 ore su 24, e su una comunità che non esclude, non giudica e non criminalizza ma sa ascoltare e riflettere su quale può essere la strada da percorrere insieme. Sottolineiamo che il disagio psichico può colpire tutti: ognuno di noi è allora potenzialmente pericoloso perché la follia non è qualcosa di estraneo alla vita, ma è una possibilità umana che è in noi, in ciascuno di noi, con le sue ombre e con le sue incandescenze emozionali (E.Borgna - psichiatra). Paradossalmente sono meno stigmatizzati dalla società e dai mass media la violenza di genere, la mafia, l'evasione, lo spaccio, le violenze nelle carceri e alle persone deboli e in generale tutti i delitti commessi "coscientemente" da persone "normali" ed espressione di una società malata nel vero senso della parola. Stessa linea di pensiero la si coglie nel codice penale, redatto nel 1930, in cui negli art. 85 e ss. si fa una netta distinzione tra chi delinque con capacità di intendere e di volere e chi invece è affetto da infermità mentale: già allora il legislatore si era preoccupato di tutelare i soggetti affetti da infermità mentale riconoscendo la non imputabilità o uno sconto di pena. Leggere nel 2019 che la procura è impotente perché non può nemmeno disporre la carcerazione è per noi retrogrado e sconfortante. Chi soffre di disagio mentale usa più spesso violenza rispetto alle persone "normali" solo in un caso: quando lo fa nei confronti di sé stesso e qualcuno di noi purtroppo l'ha sperimentato. Motivo in più per parlare del disagio con rispetto e delicatezza. Solo le buone pratiche possono aiutare l'intera comunità a promuovere la salute mentale come bene della collettività e non come qualcosa che riguarda solo alcuni. Ma le buone pratiche si realizzano solo quando tutte le istituzioni sono attente e vicine ai cittadini. La salute mentale è un bene della comunità, deve essere di tutti e per tutti. E noi ci sentiamo soli nella misura in cui i servizi per la salute mentale vengono depauperati di risorse umane e strutturali e quando leggiamo articoli con termini lesivi della dignità umana o stigmatizzanti che non fanno altro che alimentare il già forte carico di tensioni e di emozioni che ogni persona affetta da disturbo mentale affronta nella vita quotidiana. Ci piacerebbe in futuro intervenire in termini positivi, per dare un messaggio di speranza a chi si trova coinvolto a vario titolo in situazioni di disagio psichico, dando voce anche a chi è riuscito a superare i momenti difficili, a chi è riuscito a rifarsi una vita, a chi ricordando il suo passato difficile è disponibile ad aiutare altri, perché vogliamo anche ricordare che guarire si può".

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