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Giornata mondiale lotta all'Aids, pesa l'effetto del Covid

Un'emergenza non ancora superata aggravata dall’impatto della pandemia sui nuovi casi e sulle diagnosi di Hiv

Giornata mondiale lotta all\u0027Aids, pesa l\u0027effetto del Covid

Il 1° dicembre si celebra la Giornata mondiale di lotta contro l’Aids, istituita per la prima volta nel 1988 per volontà dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Un'emergenza non ancora superata
Un'emergenza non ancora superata, come dimostrano gli ultimi dati ufficiali pubblicati sulle nuove diagnosi di infezione da HIV e dei casi di Aids in Italia al 31 dicembre 2020, pubblicati sul Notiziario Istisan volume 34, n. 11 - novembre 2021 redatto con il contributo di alcuni componenti del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute e i referenti della Direzione Generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della salute. Da quando è scoppiata l'emergenza pandemica, continuano a denunciare gli specialisti, si parla poco di Aids, Hiv, e di come fare per non ammalarsi, inoltre mancano anche la prevenzione e la diagnosi, essenziali per poter intervenire in tempo con le cure. Perchè oggi si può convivere con l'Aids, grazie ai progressi fatti dalla ricerca scientifica.


Il Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV e il Registro Nazionale Aids costituiscono due basi di dati dinamiche, permanentemente aggiornate dall’afflusso continuo delle segnalazioni inviate dalle regioni e dai centri segnalatori al Centro Operativo Aids (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Il COA pubblica annualmente un fascicolo del Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità dedicato all’aggiornamento di questi due flussi di sorveglianza (sorveglianza Hiv e Aids).

Dal 2012 i dati sulla sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV hanno una copertura nazionale. Nel 2020, sono state effettuate 1.303 nuove diagnosi di infezione da HIV pari a 2,2 nuovi casi per 100.000 residenti. Si sottolinea che i dati relativi al 2020 hanno risentito dell’emergenza COVID-19. L’incidenza osservata in Italia è inferiore rispetto all’incidenza media osservata tra le nazioni dell’Unione Europea (3,3 nuovi casi per 100.000). Dal 2018 si osserva una evidente diminuzione dei casi per tutte le modalità di trasmissione. Nel 2020, la proporzione di nuovi casi attribuibile a trasmissione eterosessuale era 42% (25% maschi e 17% femmine), quella in maschi che fanno sesso con maschi 46% e quella attribuibile a persone che usano sostanze stupefacenti 3%. Il Registro Nazionale AIDS (attivo dal 1982) nel 2020 ha ricevuto 352 segnalazioni di nuovi casi di AIDS, pari a un’incidenza di 0,7 nuovi casi per 100.000 residenti. L’80% dei casi di AIDS segnalati nel 2020 era costituito da persone che avevano scoperto di essere HIV positive nei sei mesi precedenti alla diagnosi di AIDS.

Dall’inizio dell’epidemia (1982) a oggi sono stati segnalati 71.591 casi di AIDS, di cui 46.366 deceduti entro il 2018. Nel 2020 sono stati diagnosticati 352 nuovi casi di AIDS pari a un’incidenza di 0,7 nuovi casi per 100.000 residenti. L’incidenza di AIDS è in costante diminuzione. È diminuita nel tempo la proporzione di persone che alla diagnosi di AIDS presentava un’infezione fungina, mentre è aumentata la quota di persone con un’infezione virale e batterica.

Tuttavia, lo studio sottolinea che nel 2020 la sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV e il Registro Nazionale AIDS hanno risentito della pandemia di COVID-19.

Impatto della pandemia di Covid-19 sulle nuove diagnosi in Italia
La pandemia globale di COVID-19 ha gravato fortemente sul Servizio Sanitario Nazionale, provocando spesso delle discontinuità dell’attività dei servizi medici di routine. In Italia, al momento, non ci sono dati sull’effetto della pandemia sull’andamento delle nuove diagnosi di infezioni da HIV. Per stimare l’effetto della pandemia, sono state analizzate le nuove diagnosi HIV segnalate nel 2020 al Sistema di sorveglianza nazionale, confrontandole con i dati degli ultimi tre anni, 2017-2019. Per ogni anno si è osservata una diminuzione delle nuove diagnosi HIV. Stessa cosa per i nuovi casi di Aids.

Migranti sempre più vulnerabili
Le persone migranti stabilitesi in Europa sono esposte al rischio di contrarre il virus HIV indipendentemente dal loro Paese di origine e dal sesso: è quanto emerge da uno studio pubblicato su Eurosurveillance ad agosto 2021 con il titolo “Post-migration acquisition of HIV: Estimates from four European countries, 2007 to 2016”. I dati del decennio 2007-2016 sulle infezioni da HIV tra 23.595 persone migranti arrivate in UK, Svezia, Belgio e Italia indicano che circa il 40% (9400) abbia contratto l’infezione post-migrazione: il 91% tra chi era arrivato oltre dieci anni prima della diagnosi e il 30% tra chi era arrivato tra 1 e 5 anni prima della diagnosi.

Nel decennio 2007-2016 la percentuale di nuove diagnosi tra i migranti è stata del 56% in UK, del 62% in Belgio, del 72% in Svezia e del 29% in Italia. Dei 23.595 migranti inclusi nello studio, il 60% era nato in Africa e il 70% aveva contratto l’infezione attraverso rapporti eterosessuali. In tutti e quattro i Paesi inclusi nello studio circa il 70% della popolazione studiata (16.517 su 23.595 persone) aveva almeno 30 anni di età al momento della diagnosi e oltre la metà è stata diagnosticata in fase avanzata di malattia (ovvero presentavano un numero di linfociti CD4 inferiore a 350 cell/μL) in UK, Svezia e Italia (in Belgio il 47%).

In Italia, si stima che il 34% dei 1470 migranti abbia contratto l’infezione post-migrazione: il 56% tra uomini che fanno sesso con altri uomini (men who have sex with men, MSM) e il 31% tra chi ha avuto rapporti eterosessuali.

La popolazione migrante costituisce un gruppo di persone vulnerabili per le quali è indispensabile definire politiche e iniziative mirate alla prevenzione. I messaggi devono essere creati su misura per le fasce di popolazione più a rischio e devono essere proposti insieme ai test, nello specifico al test HIV. È infatti importante ridurre le barriere di accesso ai test come quelle linguistiche e sociali.

Honsell: "Attenzione alta anche sul nostro territorio"
“Anche se oggi l’attenzione è soprattutto rivolta alla pandemia da Covid-19, purtroppo la diffusione del virus dell’HIV è ancora molto preoccupante – afferma il consigliere regionale Furio Honsell di Open Sinistra Fvg -. I dati infatti non sono rassicuranti: l’ultimo rapporto pubblicato dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’OMS e dal Centro europeo per la prevenzione e controllo delle malattie (ECDC) mostrano sì un calo del 24% del tasso dei nuovi casi di HIV diagnosticati tra il 2019 e il 2020, ma questo calo è in gran parte causato dalla riduzione nell’effettuazione dei test HIV nel 2020 causata dalle restrizioni COVID-19 e dalle interruzioni dei servizi sanitari. È una situazione molto allarmante e che mette in luce un'altra tendenza, ovvero negli ultimi anni l’aumento del numero di persone che vivono con la malattia non diagnostica, con pesanti conseguenze sulla loro salute e sulla qualità della loro vita.”
“Doverosa anche un’attenzione al nostro territorio – prosegue Honsell -: ricordo che nelle settimane scorse ho presentato in Consiglio regionale un’interpellanza, al quale non mi è stata data ancora alcuna risposta, relativamente alla completa attuazione in regione del Piano nazionale di interventi contro HIV e AIDS, in particolare per quanto concerne l'assenza di una delibera formale di recepimento, la mancata costituzione della Commissione regionale AIDS e la carenza circa la declinazione del PDTA regionale e di protocolli multidisciplinari con la rete territoriale e con le associazione. La nostra regione ora deve impegnarsi, dare risposte e fare di più, con azioni maggiormente incisive”.

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