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Infarto, Pordenone ai vertici della cardiologia europea

Con lo studio Dubius, la ricerca italiana fa scuola a livello mondiale e ridefinisce nuovi standard di trattamento

Infarto, Pordenone ai vertici della cardiologia europea

Con lo studio Dubius, la ricerca italiana fa scuola a livello mondiale e ridefinisce nuovi standard di trattamento e prognostici della forma più frequente d’infarto, quella in cui l’arteria non è completamente ostruita (cosiddetto infarto senza sopraslivellamento ST o NSTEMI). Il lavoro scientifico late breaking ha avuto una notevole eco al congresso online della Società Europea di Cardiologia, che si è appena concluso.

“Uno studio lungo e complesso, che ha coinvolto inizialmente oltre 2500 pazienti" racconta il coordinatore nazionale della ricerca Marco Mojoli, cardiologo presso l’Emodinamica Interventistica della Cardiologia dell’Ospedale Civile di Pordenone, che ha lavorato in sinergia con Giuseppe Tarantini, Presidente del GISE, Società Italiana di Cardiologia Interventistica, Direttore della Cardiologia Interventistica dell’Università di Padova e investigatore principale dello studio Dubius.

"Grazie al coinvolgimento di 30 Centri di eccellenza distribuiti su tutto il territorio nazionale, abbiamo dimostrato che una strategia di cura basata su una coronarografia precoce, entro le 24-36 ore dall’evento, ed eseguita in via mini-invasiva dall’approccio radiale (cioè introducendo piccoli cateteri dal polso) incide sull’efficacia del trattamento più di quanto possa fare la tempistica della terapia farmacologica".

"In questo modo, abbiamo contribuito a mettere fine all’annoso dibattito scientifico sulla necessità di un potente trattamento antiaggregante a tutti i pazienti in attesa di coronarografia oppure selettivamente in chi necessita effettivamente dell’intervento di angioplastica coronarica. Va sottolineato che in Friuli ogni anno sono colpite da questa forma di infarto oltre 3000 persone (circa 80000 in tutt’Italia). Di queste, circa 2.100 vengono curate in via mini-invasiva con stent coronarico presso uno dei tre Centri di Cardiologia Interventistica della Regione (Pordenone, Trieste, Udine)”.

Questo importante studio, iniziato nel 2015, patrocinato e finanziato dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica, contestualmente alla presentazione del Prof. Tarantini al Congresso della Società Europea di Cardiologia, ha avuto la simultanea pubblicazione su JACC, Journal of the American College of Cardiology, una delle più importanti riviste mondiali di cardiologia.

“La ricerca ha dimostrato un’incidenza di complicazioni gravi molto bassa considerata la popolazione affetta da infarto (3% a 30 giorni) e numericamente sovrapponibile nei due gruppi di studio", prosegue Mojoli. "Inoltre, abbiamo osservato che il 99% dei pazienti è stato sottoposto a coronarografia, eseguita in oltre il 95% dei casi tramite l’arteria del polso - in linea con la migliore pratica clinica - e non dall’inguine. Nel 75% dei casi la procedura è stata eseguita entro circa 1 giorno dal ricovero. Il 72% dei malati nel corso dell’esame è stato trattato a un’angioplastica. Questo studio è confortante tanto sugli elevati standard della pratica clinica italiana, quanto sul fatto che è anche in Italia è possibile condurre studi clinici di elevata qualità e immediato impatto clinico".

“Il ruolo della Cardiologia di Pordenone in questo studio, e i risultati osservati, dimostrano un ottimo stato di salute della Cardiologia, in Italia e in Friuli Venezia Giulia in particolare”. Così Daniela Pavan, Primario della Cardiologia dell’Ospedale Civile di Pordenone. “Grazie alla capillare rete dell’infarto, che nella nostra Regione si fonda sulla quotidiana e proficua interazione con gli altri due centri Hub, Udine e Trieste, i cittadini possono star certi che, nell’ambito dell’infarto miocardico, gli ospedali italiani si collocano ai vertici Europei per qualità ed efficacia di intervento”.

“Il merito va a un gruppo di lavoro preparato ed esperto che, con successo ha dimostrato, ancora una volta, che la Cardiologia di Pordenone è un centro di eccellenza, nell’ambito di una collaborazione scientifica di rilievo internazionale. Mi congratulo – ha dichiarato il Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria Friuli Occidentale, Joseph Polimeni - con i medici e il personale della Cardiologia, in particolare con il Primario Daniela Pavan e con il Dott. Marco Mojoli, per il risultato ottenuto nello studio DUBIUS e per la capacità di fare rete nel sistema sanitario regionale”.

“Si tratta di un’indagine destinata a rivoluzionare gli standard di trattamento e prognosi rispetto ai precedenti studi internazionali e che potrà avere importanti ricadute” conclude il Presidente GISE Giuseppe Tarantini “considerato che ogni anno nel mondo si registrano 15 milioni di infarti e 7 milioni di morti per malattie delle coronarie, principalmente legate a attacco cardiaco. Il DUBIUS ci dice anche, forte e chiaro, che sull’infarto l’Italia è best-in-class, con risultati che riducono gli eventi avversi a meno della metà rispetto al resto del mondo: 3 su 100 trattati contro i 7 a livello globale. E ci rivela inoltre che la ricerca e la pratica clinica nel nostro Paese sono davvero in ottima salute, forse migliore di quanto a volte siamo portati a pensare. Questo studio conferma che il farmaco senza strategia medica non basta, a volte non serve e ogni tanto è dannoso. La terapia vincente rimane il dottore e non il blister”.

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