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Tumore ovarico, verso una terapia personalizzata

Burlo Garofolo, Università di Trieste e Asugi fanno sistema nell'ambito di un progetto regionale. Lo studio, pubblicato su 'Cancers', è riuscito a coltivare in vitro cellule del tutto simili a quelle del paziente

Tumore ovarico, verso una terapia personalizzata

Ricreare in vitro condizioni simili a quelle presenti nell'organismo di una paziente con carcinoma ovarico è difficile: in coltura le cellule tumorali cambiano morfologia e comportamento, e ciò rende poco affidabili i test volti a verificare l'efficacia dei farmaci chemioterapici. Per cercare di ovviare a questo problema, è stato avviato - e sta dando i primi risultati - uno studio mirato a individuare le migliori condizioni colturali per le cellule di tumore ovarico, con un obiettivo ambizioso a lungo termine: stabilire per ogni paziente un protocollo terapeutico personalizzato.

La ricerca, firmata da Burlo Garofolo, Università di Trieste Dipartimento Scienze della Vita, Dipartimento Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute Anatomia Patologica, Centro Sociale Oncologico, Osarf, dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, è stata pubblicata sulla rivista Cancers, e arriva a una conclusione importante: per assimilare le condizioni di coltura a quelle dell'organismo delle pazienti è opportuno far crescere le cellule su una matrice di acido ialuronico.

In questo modo, le reazioni che si ottengono in vitro dalle cellule cancerose nei confronti del chemioterapico cisplatino e la risposta in vivo delle pazienti sottoposte allo stesso farmaco - il primo testato in questa ricerca - sono consistenti e paragonabili.

"Il tumore ovarico è chiamato anche 'killer silenzioso', perché in genere non dà sintomi evidenti se non in stadi avanzati," spiega Giuseppe Ricci, direttore della struttura complessa, clinica ostetrica e ginecologica del Burlo Garofolo di Trieste e Università di Trieste. "Da diversi anni, qui al Burlo Garofolo, stiamo investendo molto in ricerche interdisciplinari con gruppi di ricerca dell’Ircss e dell’Università, per mettere a punto approcci nuovi e aumentare le percentuali di successo dei trattamenti. Ogni anno abbiamo circa 25-30 nuove pazienti con tumore dell’ovaio che necessitano di trattamenti mirati”.

Il tasso di sopravvivenza di un carcinoma ovarico preso in fase iniziale si aggira attorno all'80-90%, ma con i tumori in fase tardiva, o nel caso di recidive, la sopravvivenza a cinque anni scende al 20-30%. È dunque importante trovare trattamenti mirati, anche per evitare di sottoporre le pazienti a terapie che non garantiscono risultati.

Lo studio si inserisce nel Programma Operativo Regionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Por Fesr) del Friuli Venezia Giulia, con un progetto di punta intitolato “Tecnologie innovative per la chemioterapia personalizzata”. L'azienda promotrice del progetto, la Irs, ha trovato nel Burlo Garofolo il partner ideale per la sua realizzazione. Ma le sinergie coinvolgono altri partner importanti in regione: il Cro di Aviano, i già citati Dipartimento di scienze della vita e l'Osarf di AsuGi, e l'Alphagenics Biotech.

"Il tumore ovarico è così aggressivo anche a causa della formazione di cosiddetti 'sferoidi': agglomerati di cellule tumorali e di cellule sane che concorrono a diffondere il tumore in sedi distanti da quella principale," spiega Roberta Bulla, docente e ricercatrice di immunologia presso il Dipartimento di scienze della vita dell'Università di Trieste e co-coordinatrice dello studio. "Le cellule tumorali si 'nascondono' in questi microambienti isolati, sfuggendo alle terapie. Ritrovare sferoidi nel liquido peritoneale - sede di metastasi - significa essere in presenza di uno stadio già avanzato".

I test in vitro, eseguiti da Chiara Agostinis del Burlo Garofolo e da Andrea Balduit del Dipartimento di scienze della vita dell'Ateneo giuliano, si sono focalizzati su questi agglomerati, che sono stati coltivati sperimentalmente su diverse matrici. Solo in presenza di acido ialuronico è stata osservata la correlazione tra l'effetto del cisplatino in vitro (le cellule morivano) e in vivo, nella paziente (buone risposte al trattamento chemioterapico).

Inoltre, sull’acido ialuronico le cellule isolate dalle pazienti generavano sferoidi. Da qui la conclusione che l’acido ialuronico è un componente importante per mantenere in vitro le stesse caratteristiche che si osservano in vivo nella paziente.

Poter automatizzare i test cellulari è il prossimo passo importante. Non a caso, nei laboratori del Burlo si stanno anche mettendo a punto macchinari innovativi con questo fine. “Per ottenere l'automatizzazione dei test è importante disporre di condizioni colturali certe e affidabili. Una volta standardizzato questo aspetto e realizzato di conseguenza il macchinario, ne potranno beneficiare anche altri istituti, e in definitiva il sistema sanitario nazionale," spiega Giovanni Maria Severini che, al Burlo, sta curando proprio lo sviluppo del prototipo.  

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