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“Se il Covid non ci uccide, lo farà internet”

Andrea Centazzo, musicista friulano di fama internazionale, vive dagli Usa una crisi che pare senza fine

“Se il Covid non ci uccide, lo farà internet”

La crisi è dura per tutti, specie per gli artisti. Può sembrare un mantra già sentito, ma a quasi un anno dal primo stop ai concerti, c’è chi fatica a intravvedere anche uno spiraglio di luce in fondo al tunnel. Che siano esordienti o musicisti con un curriculum invidiabile, il destino è comune: l’inattività, l’impossibilità di guadagnarsi da vivere attraverso il proprio lavoro, la scelta obbligata di raccogliere qualche briciola grazie alla rete.
Compositore, percussionista e artista multimediale di fama internazionale, autore di quasi 250 album (!) e spesso al fianco della ‘crema’ della musica d’improvvisazione mondiale, Andrea Centazzo - da 30 anni cittadino americano ‘per meriti artistici’ - non fatica ad ammettere la situazione di disagio, parzialmente lenita dal sole della California, nella casa di Long Beach a 300 metri dalla spiaggia. “Vivo degli anni d‘oro passati, con i risparmi e grazie al sussidio di disoccupazione, ma c’è gente che sta andando a rotoli!”.


Se Atene piange, Sparta non ride: davvero in America siete messi peggio di noi?
“A livello sanitario, nella mia contea si conta un morto ogni 9 minuti e 20mila contagi al giorno. Io vivo praticamente tappato in casa! In una città da 15 milioni di abitanti, non si suona più. Il più importante jazz club di L.A., il Blue Whale, dove c’era un concerto a sera, ha chiuso definitivamente, e anche il Blue Note di New York è in grosse difficoltà. Il danno all’intera industria dell’entertainment non è quantificabile”.

E’ così per tutti o c’è chi riesce a salvarsi?
“Gli unici che se la passano in maniera dignitosa sono quelli che lavorano nelle orchestre, avendo la garanzia di mantenere il posto, se e quando tutto riprenderà. Per chi è senza sovvenzioni pubbliche, invece, sarà come ripartire da zero. Tanti poi si sono dati all’insegnamento, ovviamente  sul web”.

Già, il web: per adesso è solo un ‘tappabuchi’, ma rischia di essere ‘il futuro’, a lungo.  
“Ho fatto un live in streaming per una piattaforma italiana che ha organizzato un evento a pagamento con diversi percussionisti, lavorando una settimana nel mio salotto, che non è quello di una villa a Beverly Hills: l’hanno visto in pochissimi. Quando si deve pagare, in rete, nessuno lo fa”.

Ma internet non doveva annullare tutte le barriere?
“Anch’io pensavo fosse una nuova democrazia, ma  pian piano ho visto tutto evaporare. Sono stato tra i primi ad abbracciare internet, quando in Italia c’era ancora il piccione viaggiatore. Dal 2000 in poi, quando la gente ha cominciato a caricare la mia musica su vari canali e a permettere l’ascolto senza che all’autore, cioè a me, arrivasse un soldo in tasca, è iniziato il declino. Pensa che in tutta Los Angeles oggi c’è un solo negozio di dischi, un’unica grossa rete di distribuzione dei libri e qualcuno specializzato. Tutto è stato ucciso da internet, dissolto in un processo di autoconsunzione. Se non si trovano rimedi, la società esploderà”.

Neanche lo streaming aiuta?
“Spotify rappresenta un caso vergognoso di sfruttamento dei musicisti. Ci sono artisti che vendevano milioni di copie, avevano milioni di passaggi alla radio e vivevano alla grande: oggi con gli stessi numeri in streaming, si portano a casa poche migliaia di dollari. E’ un massacro: ci guadagna solo chi l’ha inventato, ed è odiato dalla maggior parte dei musicisti. La mia avversione per internet, tranne che come strumenti di informazione veloce, parte da qui. Con la mia etichetta Ictus Records producevo un disco, lo vendevo, col ricavato lo pagavo e l’utile mi permetteva di partire con la produzione successiva. Oggi in rete tutto è gratis e con la musica digitale ci fai poche centinaia di dollari all’anno…”.

Quindi, niente più album?
“Con la pandemia ho avuto tempo di guardare bene il mio archivio e ho trovato alcune registrazioni fantastiche con Steve Lacy, con cui nel ‘76 a Casarsa avevo registrato Clangs, il primo disco della mia etichetta, che aveva sede a Moruzzo! Così, qualche mese fa, ho pubblicato Scraps, mettendolo anche su Bandcamp: l’unica maniera di gestire autonomamente la musica”.

I cd sono morti, la rete non paga... Senza concerti dal vivo sarà la fine?
 “Nel 2020 ho cancellato 20 date in Giappone, 16 tra Germania e Austria, più quelle negli Usa: in tutto una cinquantina, il divertimento di un anno. Però ho suonato a Udine, quando sono venuto a settembre a trovare mia madre: 40 minuti davanti a pochi intimi... Stare a casa a guardare internet non è quello che vuoi fare, quando suoni da sempre. Io ho iniziato a 13 anni, sono stato fulminato dal jazz e a 20 ho iniziato una carriera professionale: anni bellissimi come quelli alla Piccola Scala, con Gaslini, altri magari più difficili. L’idea però è sempre stata: faccio quello che mi piace e voglio morire a 90 anni dopo una rullata di batteria, perché per un musicista la pensione non esiste! In questi mesi, però, è subentrata la depressione, non tocco gli strumenti ed è come se mi avessero portato via l’anima. È veramente dura”.

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