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Bob Dylan alle radici vere della musica americana

Passata la tempesta e scongiurata la cancellazione del concerto, Mr Zimmerman è salito sul palco con tempistica impeccabile, proponendo al pubblico di ‘Aria di Friuli Venezia Giulia’ due ore spaccate di show

Bob Dylan alle radici vere della musica americana

Alla terza volta, non può essere un caso. D’accordo che il suo ultimo album di pezzi originali si intitola ‘Tempest’, tempesta’, e che nei ’60 cantava “la forte pioggia che sta per arrivare”, ma il rapporto di Bob Dylan con il Friuli resterà sempre legato al meteo. Stavolta è andata meglio che nel 2001 a Udine, e alla fine, passata la tempesta – il classico temporale di fine giugno versione ‘jumbo’ – sabato sera Mr Zimmerman è salito sul palco con tempistica impeccabile, proponendo al pubblico di ‘Aria di Friuli Venezia Giulia’ (in quella cittadina che ora, evidentemente, dovrà essere ribattezzata ‘San Daniele del Friuli Venezia Giulia’) due ore spaccate di show. Una e quaranta al netto delle pause.

La prima sensazione, rispetto al passato prossimo-remoto (l’altro live friulano, quello del 1996), è che la voce di Dylan abbia perso quella cantilena gracchiante a volte irritante e, anzi, sia in grado ora di coprire una gamma molto più ampia. La seconda, ancora più evidente, è che questo show non avrebbe offerto assolutamente nulla ai ‘nostalgici’ di qualsiasi generazione – dai 20 anni in su - tra i 6/7 mila presenti al campo sportivo. Da almeno dieci anni, infatti, Dylan è partito per un mondo creativo personale che ha bypassato gli esordi folk e praticamente tutto il rock, andando alle radici vere della musica americana.

Il risultato è un ondeggiare tra il jazz dei Roaring Twenties e le languide romanticherie da Tin Pan Alley, tra il blues rurale dei primi ‘pionieri’ e un country swing da locale di provincia profonda. Lo stesso materiale di cui Dylan è accanito collezionista e che gli è servito da stimolo per l’ennesima rivoluzione di carriera, iniziata nel 2006 con ‘Modern times’: visto che il suo passato lo ha già raccontato in mille modi, e che il presente gli deve fare poco meno che ribrezzo, meglio rifugiarsi in un lontano Eden estetizzante da ‘Grande Gatsby’, raccontare la fine di un’era da un altro punto di vista.

Già, ma chi si aspettava il karaoke, il Dylan modello ‘tribute band’, è rimasto deluso o no? Tutti ormai sanno che lui, i pezzi, li trasforma fino a renderli qualcos’altro (o qualcuno si è dimenticato la versione reggae di ‘Knockin’ on heaven’s door’ del 1978?). La scaletta di sicuro non aiuta: quasi assenti, fino al bis, gli anni ’60 (però c’è ‘She belongs to me’, quasi in apertura), i ’70 sono ben rappresentati da due brani da ‘Blood on the tracks’, ‘Tangled up in blue’ e ‘Simple twist of fate‘, eseguiti in versioni da brivido. Il resto, comprensivo del suo brano più bello degli ultimi 20 anni, ‘Love sick’, lasciato per i saluti (che, tra l’altro non sono arrivati!), è quasi unicamente materiale dell’ultimo decennio. Soprattutto da ‘Tempest’, con l’aggiunta della versione-crooner alla fine dei due set, prima con Frank Sinatra (‘Full moon and empty arms’) e poi con ‘Autumn leaves’ di Yves Montand.

‘Things have changed’, le cose sono cambiate, canta Dylan a mo’ di spiegazione in apertura di un live forse più adatto a una location più intima, visto l’approccio acustico, quasi unplugged, della band, abbigliata come in un film americano in bianco e nero e volutamente lasciata nella penombra da un’illuminazione più da club che da grandi spazi (come l’amplificazione, fin troppo ‘discreta’ nei volumi di emissione). Però, anche chi si aspetta l’ennesima riproposizione (magari sgangherata) di uno dei suoi vecchi successi, non può non apprezzare la coerenza stilistica di un  concerto che va dall'inizio alla fine nella stessa direzione, con una band precisa, lieve e brava ad assecondare le sottili e imprevedibili variazioni del leader.

Come lo scomparso Lou Reed, Dylan è l’unico in grado di suonare per un intero live i pezzi meno conosciuti degli album minori e fare comunque un figurone. Nel suo caso, senza mai deviare dal suono scelto, con quella pedal steel guitar malinconica a fare da sfondo, quasi incessante, fino alla quasi irriconoscibile ‘Blowin’ in the wind’ lasciata per il bis. E lui, elegante in nero con camicia a pois (come nei Sessanta!), con lo stesso cappellone che indossava nel periodo della sua prima svolta country, ad alternarsi tra microfono, piano elettrico, piano a coda e – udite udite – persino armonica, con lo stesso atteggiamento distaccato di sempre. Un passo avanti, o indietro, rispetto alle esigenze del pubblico. Un artista senza compromessi, lontano dalla folla. E non da ieri.

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