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La vita di 'un prete ruvido': con i Papu si ride (sul serio)

La recensione - Appi e Besa portano in scena la storia di don Lozer, battagliero parroco di Torre. Un'ora e mezza tra spasso e riflessione

La vita di \u0027un prete ruvido\u0027: con i Papu si ride (sul serio)

Si può raccontare la storia di un prete – irruento e battagliero – vissuto 94 anni, in un’ora e mezza di spettacolo? La risposta è sì. Andrea Appi e Ramiro Besa (i notissimi Papu) lo hanno dimostrato, portando in scena la vita di monsignor Giuseppe Lozer, parroco in Torre. 'Un prete ruvido’, appellativo che dà il nome allo spettacolo, rappresentato in questi giorni (dal 10 al 19 luglio, tutte le sere alle 21.15) al Castello di Torre di Pordenone, nell’ambito di ‘Estate in città’. Una cornice intima e suggestiva, immersa nel verde, a due passi dalla chiesa e dalla canonica che furono il 'palcoscenico' di don Lozer a inizio del Novecento.

Il prete in scena non c’è mai, ma viene raccontato attraverso parole e testimonianze di chi l’ha conosciuto e ci ha avuto direttamente, nel bene e nel male, a che fare. Amici, ma soprattutto nemici. Perché nella sua vita don Lozer non è mai sceso a compromessi con nessuno, portando avanti battaglie tutte basate su un’assoluta devozione, oltre che a Dio, al concetto di giustizia. Lotta, dunque, ai latifondisti, ai padroni sfruttatori di contadini e operai, ma anche scontri accesi con i socialisti. E tante prove di affetto della gente comune.

Appi e Besa, tutti vestiti di nero, indossano via via i panni di chi con Lozer ha avuto o vuole avere un cantatto. Scenografia minimal, con una sedia, un tavolo pieno di carte e libri e una sedia a dondolo. La prima scena, ambientata nel seminario di Portogruaro nel 1890, vede protagonisti un monsignore (Appi) volto a difendere i dogmi e la dottrina millenaria della chiesa e un allievo (Besa) – Annibale Giordani da Claut – compagno di studi del giovane Lozer, già allora intelligente e ‘rompipalle’, desideroso di far parte di una Chiesa meno arroccata sulle proprie posizione e più umana.

Ma Besa e Appi non rinunciano a essere i Papu. E fanno ridere (sul serio). Eccoli riapparire sul palco per spiegare al pubblico chi era don Lozer: nato a Budoia nel 1880 da un padre scalpellino e lapicida (faceva lapidi…) e folgorato dalla vocazione durante l’adolescenza, divenuto prete a 22 anni e mezzo (“quei sei mesi servivano alla Chiesa per essere più sicura?”, si chiede Besa) a Portogruaro e spedito per ‘punizione’ nelle ‘bassure’ di Torre (mussati, acqua, misera: “dove i girini i diventa bisate”, dice Appi), a  sostituire un pievano morto, la cui famiglia si era portata via tutto. E a Torre, don Lozer creerà tutto quello che non c’è, tutto sotto forma di cooperativa: dalla farmacia al sindacato, alla previdenza. In tempi nei quali i diritti per i lavoratori erano pochi e i preti non  avevano la pensione (“non c’era mica la Fornero, ancora”, scherza Besa). Prima di lasciare il paese a 46 anni, lusingato da ruoli di vertice nel seminario di Portogruaro, dal quale ogni domenica, per 5 anni, scapperà per dire messa tra quattro lamiere in Brussa.

E via un’altra scena (ricorrente anche in seguito), ambientata ai giorni nostri, con Besa che interpreta un giovane che vuole studiare la vita di don Lozer e Appi nei panni di un professore pordenonese, che si esprime nel dialetto cittadino, ma anche in colto italiano e cita il latino. O, ancora, Appi nel ruolo di un padrone svizzero del Cotonificio Veneziano e Besa nelle vesti di un dipendente locale che gli porta una lettera del battagliero parroco che chiede un’ora di lavoro in meno (rispetto alle 11 e mezza), per uomini, donne e bambini impiegati senza grandi tutele in uno dei tanti cotonifici che all’epoca fecero diventare il Pordenonese, da realtà contadina a industriale. Lo svizzero si esprime con parole di disprezzo verso il prete e i lavoratori in un italiano storpiato da accento tedesco. Lozer otterrà la concessione di mezzora in meno, ma il padrone farà aumentare il ritmo di lavoro.

I cambi di scena sono caratterizzati dalle immagini proiettate su uno schermo bianco: il giovane Lozer, i cotonifici, la Pordenone di inizio Novecento, per l’assistenza tecnica di tecnica Paolo Piuzzi e le musiche delicate e toccanti della Piccola Bottega Baltazar.

I due attori cambiano volti e prospettive. Spassosa la scena (nella foto) in cui Besa interpreta Papa Pio X (oggi santo), che parla in dialetto (verità storica), lamentandosi che il modernismo non gli faccia prendere sonno con il vescovo Francesco Isola, di Montenars, giunto a Roma per parlargli del battagliero don Lozer. “Daghe ’na controlada”, sentenzia il Pontefice.

Si termina con le letture di brani, testimonianze e lettere di chi è stato pro o contro il ruspante sacerdote, in un'alternanza delle voci dei due attori che mescolano dolcezza e passione, voce del popolo e della chiesa.

Un’ora e mezzo che scorre veloce e divertente, ma anche occasione per riflettere su una vera storia pordenonese, a 41 anni dalla morte di don Lozer, un uomo “troppo prete per essere socialista e troppo socialista per essere prete”. Il quale, nella sua lunga vita, ha avuto ragione su tutto, tranne che su una cosa. Un giorno scrisse su un biglietto: “Nessuno si ricorderà più di noi”. I Papu gli hanno dimostrato, quasi mezzo secolo dopo, che sbagliava.

Chi non ha ancora visto questo piccolo gioiello di storia locale in versione comica deve affrettarsi. Ancora tre sere di spettacolo, fino al 18 luglio (prevendita dalle 15 alle 18.30, ma non domenica; cassa aperta dalle 19.30 al Castello di Torre). Ne vale proprio la pena.

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