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Liberi di essere... eretici: Menocchio diventa un film

La vicenda del mugnaio di Montereale Valcellina, ora sul grande schermo, è un esempio di come le lotte, rivolte e ‘rivoluzioni’ siano parte integrante di questa terra, oltre gli stereotipi

Liberi di essere... eretici: Menocchio diventa un film

Uno stereotipo consunto ma duro a morire insiste a perpetuare l’immagine del friulano ‘saldo, onesto e lavoratore’ (vergata nel ‘Cjant de filologiche’ di Chiurlo-Zardini). E’ lo stesso concetto idealizzato, debitore di una tradizione tardo-romantica, che porta a identificare la stessa idea di ‘Friuli’ con quella di un felice passato agreste forse mai esistito veramente, dove non esistevano frizioni, distinzioni di classe, crimini.

Questa, in realtà, è sempre stata una terra di fermenti, contrapposizioni, eresie, rivolte e rivoluzioni a tutti i livelli. Di uomini che hanno saputo deviare dalle strade più ‘facili’ e dall’omologazione per cercare una strada nuova, con violenza o no, che fosse la legge sul divorzio o la rivolta anti-nobiliare  della ‘crudel Zobia grassa’, la repubblica partigiana della Carnia (la seconda in Italia) o il culto sciamanico dei benandanti.

Figure ‘antagoniste’
Domenico Scandella detto Menocchio, nato a Montereale Valcellina attorno al 1532, mugnaio e contadino non analfabeta, riportato alla luce dopo lunga oscurità da Carlo Ginzburg nel suo saggio storico ‘Il formaggio e i vermi’, è una di queste figure ‘antagoniste’ e in contrasto contro il potere costituito: nel caso suo e di moltissimi altri, la Chiesa. Forse la più nota, visto l’interesse degli studiosi per le sue teorie cosmogoniche e la visione materialistica e scientifica. Un mugnaio di paese che va a messa, come tanti friulani, bestemmia abitualmente (idem), però nega l’utilità di sacramenti e preghiere, e crede nelle buone opere come unica salvezza, al di là della religione.

A questo friulano ‘non conforme’ (sempre secondo stereotipo), condannato a morte dall’Inquisizione, una delle vittime sacrificali della guerra ideologica tra Chiesa cattolica e Riforma protestante e di un clima pre-orwelliano in cui denuncia e delazione del prossimo sono pratiche obbligatorie, dedica oggi un film un regista corregionale altrettanto ‘non conforme’. Alberto Fasulo (Rumore bianco, Tir, Genitori) racconta la storia del mugnaio ribelle bruciato sul rogo in ‘Menocchio’, in concorso al 71° Festival di Locarno e vincitore del Gran Prix du Jury all’Annecy Cinéma Italien.
 
Lotta contro il potere
Il film, nei cinema dall’8 novembre, è una riflessione universale sul valore della disobbedienza, sulla forza eversiva delle idee e le conseguenze della libertà. Lavorando sul cortocircuito fra passato (una messinscena quasi documentaristica) e presente (la modernità corsara dell’eretico friulano), Menocchio si allontana dal biopic per mettere a fuoco una storia attuale di lotta contro il potere e il tradimento degli amici.

Ossia, la storia del mugnaio autodidatta, convinto di essere uguale a vescovi, inquisitori e persino al Papa, che crede di poter riconvertire a un ideale di povertà e amore. Di un ribelle che, invece di fuggire o abiurare, affronta fino in fondo il suo destino, come le centinaia di ‘eretici’ che per secoli – gli studi parlano chiaro – hanno pagato in prima persona le loro scelte controcorrente. Perché la ‘libertà’, alla fine, si paga. Purtroppo.

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