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Il commercio in città perde pezzi di storia

Gli esempi illustri non mancano: negli ultimi anni molte serrande si sono abbassate, a volte per sempre. E Udine rischia di perdere la sua tradizione commerciale

Il commercio in città perde pezzi di storia

Passeggiare per le vie di Udine senza particolari impegni o senza una meta precisa può dare spazio al flusso di ricordi, anche senza la madeline di proustiana memoria. “In quell’angolo c’era una pasticceria dove mio nonno mi portava la domenica dopo la messa” ci capita di pensare alla fine di una strada. “Laggiù ci si trovava fuori scuola alle superiori, era la prima paninoteca” pensiamo appena svoltato l’angolo. Poi riportiamo alla mente il “posto dei tramezzini”, la gelateria, il negozio di casalinghi della lista nozze o la pizzeria che si frequentava con gli amici. Tutti spazi, frammenti del passato, che adesso in molti casi hanno abbassato le saracinesche e che non esistono più, oppure si sono trasformati in tipi di attività totalmente diverse, come banche e uffici.

Secondo l’indagine sui capoluoghi di provincia di giugno 2020 curata da Confcommercio nazionale, a Udine rispetto al 2018 si sono perse cinque insegne commerciali in centro storico (da 508 a 503) e 14 al di fuori (da 376 a 362), mentre per quel che riguarda alberghi, bar e ristoranti si passa da 376 a 368 (-8) in centro storico, con un incremento invece (+5) in area non centrale (da 253 a 258). Il saldo complessivo è di -22 dal 2018 al 2020.


Il confronto è possibile pure sul 2012, rispetto al quale si evidenzia un netto calo per il commercio al dettaglio, che segna -102 tra centro storico (da 564 a 503) e non centro storico (da 403 a 362). Al contrario alberghi, bar e ristoranti sono in aumento sia in centro storico (da 358 a 368) che al di fuori (da 235 a 258). Un dato però alterato dal periodo segnato dal Covid, quando bar e ristoranti sono calati da 356 a 346. Una tendenza che non dipende soltanto dal periodo della pandemia, quindi, ma che fotografa il cambiamento di usi e costumi dei friulani.

Un’evoluzione che per i negozi è iniziata una trentina d’anni fa, con l’apertura dei primi centri commerciali alle porte della città, capaci di attrarre una gran parte della clientela abituata a fare compere in centro. Più recente – e fortemente incrementato negli ultimi due anni – è stato l’impatto dello shopping online. Ancora diversa è la situazione dei locali pubblici, per i quali si è osservato più che altro un forte turn over, con cambi di gestione ravvicinati nel tempo. Gestire un bar o un ristorante è un lavoro faticoso per il quale è necessaria una buona dose di passione – ci assicurano molti esercenti – che spesso penalizza la famiglia. Inoltre, è in diminuzione il passaggio di testimone tra generazioni e stanno scomparendo le dinastie di commercianti che hanno per molti anni caratterizzato l’identità udinese.

Partiamo dal turismo culturale per progettare il rilancio del centro
“La situazione è ancora stabile – commenta Giuseppe Pavan, presidente del mandamento di Confcommercio Udine –. A essere più colpiti dagli effetti della pandemia sono stati i negozi, più che i locali. Però, anche alla luce del durissimo periodo che abbiamo attraversato, è evidente che è necessario mettere in campo azioni per prevenire criticità future, al di là del virus. La prima azione è ricercare una nuova capacità di pianificazione. Il pubblico deve andare a braccetto col privato e si deve collaborare di più. Da una parte si chiede meno burocrazia, dall’altra più iniziativa. Sono necessari modelli di governance urbana che, con il contributo di chi nella città vive e lavora, guardino al medio-lungo termine e siano realmente capaci di dare risposte concrete all’economia e alla vita quotidiana. Anche le manifestazioni e gli eventi vanno ripensati e ricalibrati per strutturare una fruizione più continua e più allargata della città, intesa come spazi e attività. Un esempio virtuoso a Udine può essere quello del turismo culturale, come quello proposto dalla prossima mostra a Casa Cavazzini, capace di attrarre un turista interessato e consapevole, per il quale bisogna strutturare una rete di accoglienza a più livelli”.

Le vetrine vuote allontanano la gente
Negli anni Udine ha visto cambiare molte insegne e il risultato è un volto della città nuovo, diverso rispetto a quello che molti abitanti si ricordano e – forse – rimpiangono. Quello che è veramente mutato è la fruizione della città, in particolare del centro. Fino al 2000 circa il commercio cittadino si animava soprattutto il sabato, per lo shopping. Oggi la situazione è cambiata e negozi e locali udinesi si sono adeguati. “In realtà il turn over degli esercizi commercial è fisiologico – spiega Marco Zoratti, presidente provinciale di Udine di Confesercenti -. Cambi di gestione, nuovi prodotti, mode e passaggi generazionali sono tutti naturali adattamenti al cambiamento dei consumi e in ultima analisi della società. Basta vedere come si sono trasformate molte aree del centro, ora veri e propri salotti a cielo aperto, come Via Mercatovecchio o Piazza San Giacomo. Diverso è il caso delle attività che chiudono i battenti per non riaprire più. È la città intera che perde attrattive se al posto di un locale si colloca un ufficio, solo per fare un esempio".

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