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La chiusura dopo la tempesta Covid-19

Molte piccole aziende hanno già deciso di gettare la spugna o stanno per farlo, ma a fine anno potrebbe essere un massacro

La chiusura dopo la tempesta Covid-19

Molte aziende chiuderanno o potrebbero farlo nei prossimi mesi, stritolate dal crollo degli incassi e dall’aumento dei costi necessari per far fronte alle misure di prevenzione contro il Coronavirus.

Molti artigiani e commercianti stano riflettendo seriamente se valga la pena di continuare: per qualcuno, dopo tanti anni di lavoro, la decisione di lasciar perdere è ormai presa, non senza il profondo rammarico di essersi trovato privo di riparo in mezzo a una bufera dove stanno tuttora imperversando oltre al virus, l’impreparazione e l’incapacità dei livelli più alti di affrontare l’emergenza. E’ il caso di Loretta Minisini, titolare di un laboratorio odontotecnico di Tavagnacco, con alle spalle oltre 40 anni di esperienza e componente del Consiglio direttivo di Casartigiani Udine. Dopo la chiusura prolungata del suo laboratorio ha deciso di cedere l’attività entro fine anno.

“Tra calo del lavoro, protocolli di sicurezza e profonda incertezza, sono stufa - racconta Minisini -. Ora si riapre, ma come? Non ci sono dispositivi di protezione, non ci sono aiuti alle aziende e le donne devono anche affrontare il problema dei figli a casa. Avevano promesso finanziamenti che non si vedono, mentre in altri Paesi hanno già avviato forme concrete di sostegno. Non solo mancano disposizioni, ma le poche che abbiamo sono poco chiare. Non vogliamo soldi, solo essere messi in grado di lavorare”.

A fine anno Loretta chiuderà l’attività. “Sono stanca di dover fare i conti con l’incompetenza della nostra classe politica. Non ci permettono di lavorare o peggio non ci dicono come ripartire. Non posso lottare contro un avversario invisibile. Devo affrontare forti spese per dotarmi di tutte le protezioni visto che lavoro in un luogo aperto al pubblico. Le sembra verosimile (l’intervista è stata fatta il 12 maggio) che chi svolge la mia professione ancora non abbia ricevuto alcuna indicazione su come lavorare in sicurezza? In Austria hanno continuato a lavorare mantenendo le distanze e le protezioni, usando un apposito kit fornito dalle autorità, composto da cuffie, guanti e camice monouso. Da noi si spendono 20 euro circa a kit e se devo cambiarmi ogni volta che incontro un paziente, si fa presto a calcolare quanto costerà questo tipo di protezione. Non riusciremo a starci dentro con il rischio concreto è che tutto ricada sulle spalle dell’utente finale. Intanto a Roma litigano per le mascherine da 50 centesimi. Sono stati i politici a provocare il disastro visto in questi mesi, lasciando sguarnita la Sanità e sono loro a dover rimediare. Ascolto i racconti di mio figlio che vive in Australia e fa il mio stesso lavoro o dei colleghi svizzeri e austriaci. Mi spiegano come si lavora e quali misure hanno adottato e mi accorgo di quanto siamo mal governati. Ecco perché non ne posso più e passo la mano”.

A Valvasone Arzene la Fase 2 partirà con un’attività in meno. Sulla porta di uno studio fotografico i titolari hanno appeso un cartello che annuncia la chiusura. Franca Pagnucco e Bruno Minca hanno deciso di mollare, anche loro dopo 4 decenni di lavoro.

“Già prima dell’epidemia - spiega con grande sincerità Minca - risentivamo pesantemente dell’evoluzione tecnologica, che sta svuotando gli studi fotografici. Diciamo che la pandemia ci ha assestato il colpo di grazia perché dopo essere rimasti chiusi tanto a lungo, e a fronte della profonda incertezza sulle misure per riaprire, abbiamo deciso di chiudere anticipatamente”. 

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