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Raffaele Carrozzo, l'apostolo dell’Università

E' stato tra i protagonisti della battaglia che ha dato al Friuli il suo ateneo. E alla città capoluogo una risorsa vitale. Il ricordo di a un mese dalla sua scomparsa

Raffaele Carrozzo, l\u0027apostolo dell’Università

È sempre difficile scrivere a caldo per la perdita di un amico, specie se l’amicizia non fu soltanto un sentimento, ma il frutto di comuni ideali politici e culturali in lunghi anni di lotta. Conobbi Raf, di qualche anno più anziano, in via del Gelso, quando era presidente del Circolo Universitario e pubblicava un periodico intitolato “Il Pileo”. Poi, nel 1964, ci ritrovammo a insegnare nella stessa scuola superiore, l’istituto ‘Bonaldo Stringher’. Lui, Uomo di vasta e profonda cultura umanistica, era un eccellente docente di lettere; io, da poco laureato, avevo la cattedra di materie economiche. Fu proprio allo ‘Stringher’, nei brevi intervalli fra le lezioni o durante i passeggi verso le rispettive abitazioni (in piazza dei Osèi ci si divideva: lui per Poscolle andava verso via Licinio; io, per via Zanon, andavo verso via D’Aronco), che Raf iniziò a parlarmi della possibilità di creare un’Università a Udine.

Prima di proseguire bisogna ricordare che nel maggio del 1964 era stato eletto il primo Consiglio regionale, e proprio in quel mese il mensile Int Furlane era uscito con un fondo intitolato “Par une Universitât a Udin”. In ottobre, il dottor Vincenzo Ilardi, presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia di Udine, aveva fatto votare un ordine del giorno per chiedere che la Facoltà di Medicina, che il ministro Gui voleva istituire a est di Padova, pur dipendente da Trieste, avesse sede a Udine, accanto a uno dei migliori ospedali d’Italia.

Era una proposta più che ragionevole, ma subito si capì che Trieste non ci stava. Si costituì allora un Comitato Pro istituenda Facoltà di Medicina, ma Raf subito ammonì: “vedrai che faranno flanella”.
Aveva avuto buon naso. I politici udinesi che non sedevano in Consiglio regionale, andavano a sbattere contro un muro di gomma, anche perché il programma elettorale della Democrazia Cristiana per le elezioni del 1964 affermava a chiare lettere che quella di Trieste doveva essere l’unica Università della neonata Regione.

Più i mesi passavano e più la facoltà si allontanava. Sul principio del nuovo anno scolastico, cioè nell’ottobre del 1965, iniziò a dire che “bisogna fare qualcosa” e tramite il Circolo Universitario fu fra gli organizzatori dei grandi scioperi studenteschi di quell’autunno. E quanto seppe che a Trieste avevano già deciso di istituire la libera Facoltà di Medicina, mi chiese di aderire (con Ilardi, Cecotto, Placereani e altri), a un nuovo partito denominato Movimento Friuli, che fu fondato al Palace Hotel di Udine il 9 gennaio 1966.

A partire da marzo potemmo disporre di un nostro giornale mensile, chiamato ‘Friuli d’oggi’ ed entrambi contribuimmo (lui di solito con lo pseudonimo di Ugo Walter) a riempire quelle colonne.
Poi, quando capimmo che le nostre mete avrebbero richiesto molta pazienza e assiduità nella denuncia, decidemmo di stampare a nostre spese un libro bianco intitolato “L’Università Friulana”, che a partire dal giugno 1967 fu distribuito in duemila copie: avevamo riunito in una specie di dossier tutte le promesse mai mantenute e soprattutto divulgato il progetto di Joseph Gentilli, professore di geografia nell’Università della West Australia, il quale aveva scritto che il Friuli per progredire aveva bisogno di una Università completa, non solo di una facoltà.
Nel 1970 fummo entrambi eletti nel Consiglio comunale di Udine e continuammo a batterci per l’Università e per altri problemi della città.

Poi, quando la morte del carismatico presidente Fausto Schiavi produsse la crisi del Movimento Friuli, io decisi di lasciare la politica per dedicarmi soltanto al mio lavoro di insegnante e ad altre attività culturali, soprattutto nel campo della storiografia; Raf rimase, e divenne assessore alle attività culturali del Comune, dirigendo nel contempo da preside diverse scuole medie della provincia.
Da allora, voglio dire dalla metà degli Anni ’70, l’autonomismo rimase come un ideale comune, ma non ci unì più in una comune battaglia. Fu però un argomento di appassionate, e talora amare, considerazioni soprattutto in anni recenti.

Più che un fondatore del Movimento Friuli, partito da anni ‘congelato’, in questi giorni abbiamo perso un apostolo dell’Università per il Friuli: se non ci fosse, Udine sarebbe già una città morta, e anche di questa preveggenza dobbiamo essergli grati.
“Sai perché Trieste non vuole l’Università di Udine?” mi domandò un giorno di tanti anni fa. “Perché – rispose senza attendere risposta – è una grande risorsa economica. Ed è per lo stesso motivo che noi dobbiamo volere la nostra”.
Oggi, che non c’è più, riguardo con commozione la copertina che unisce i nostri nomi sotto un titolo che, mi auguro, sarà la bandiera del Friuli anche nel futuro: “L’Università Friulana”.

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