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I sopravvissuti dei paesi fantasma

Il fotografo friulano Davide Degano nel libro 'Sclavanie' racconta lo spopolamento delle Valli del Natisone e del Torre, traguardando però un loro possibile rilancio ambientale, sociale e culturale

I sopravvissuti dei paesi fantasma

Basta un reportage fotografico per compiere un’analisi storica, ambientale e sociale? Ci prova Davide Degano con il suo libro “Sclavanie”, che raccoglie le immagini dei luoghi della sua infanzia, tra Valli del Natisone e Prealpi Giulie, quelle che in termini etnografici sono definite orma le Ghost town a causa dello spopolamento subito nel corso degli anni. Trent’anni, originario di Faedis, laureato in fotografia alla Royal Academy of Art (Kabk), all’Aia, Degano si divide tra Olanda e Venezia.
La sua pubblicazione può essere prenotata sulla piattaforma di crowd funding ‘Produzioni dal basso’.
Che ricordi dell’infanzia ha legati a questi luoghi?
“Direi che quasi tutta la mia infanzia è legata in qualche modo a questi luoghi: dalle biciclettate nei ‘comunai’, alle partite con gli amici al campo del paese, alle sagre, fino alle vendemmie. Più di tutto, però, è l’odore di queste terre, soprattutto dei piccoli borghi che la popolano, a essermi rimasto sempre impresso. In queste terre è ancora presente, seppur meno rispetto al passato, il valore e l’importanza della comunità. Qualche volta viene un po’ sottovalutata l’importanza del ‘fare comunità’ ed era un valore che volevo in qualche maniera ‘studiare’ dal punto di vista sociale ed etnografico”.

Come nasce il tuo progetto?
“Dalle mie difficoltà di adattamento alla cultura olandese, soprattutto nei primi due anni dell’accademia. Non ero soddisfatto del lavoro che stavo facendo in Olanda, poiché mi sentivo un’entità estranea al paesaggio che mi circondava. Pertanto, il mio lavoro si è sempre fermato alla ‘superficie’ delle cose. Uno dei motivi, penso, è che non parlo olandese. Sebbene quasi tutti parlino inglese, la percezione che le persone hanno di te è diversa se puoi interagire utilizzando la lingua locale. Inoltre, l’assenza di ‘comunità’ mi ha spinto verso casa, verso terre a me familiari ma paradossalmente anche estranee, che hanno però ancora tanto da raccontare, almeno a me. Con questo lavoro, durato 5 anni, riavvicino parte del mio patrimonio culturale, fotografando diverse sfaccettature della vita dei villaggi di montagna tra il confine italiano e sloveno. Quello che ho trovato in questi villaggi è stata una comunità di ‘sopravvissuti’, una comunità di emigranti che si era imposta un autoesilio dopo le guerre mondiali e il terremoto del 1976, al fine di inseguire un altro benessere, giù in pianura, tra le fabbriche e le città in espansione. Sclavanie è un esame dell’importanza del ‘locale’ attraverso la memoria comune e di come la società moderna lo neutralizzi in nome della globalizzazione. Credo che sia una storia universale. È una storia di potere, chi ce l’ha e decide come dovrebbe essere lo sviluppo, e chi non ce l’ha, e mai lo farà”.
Che obiettivo ha quindi il libro?
“Considero questo progetto come un viaggio che invita alla riflessione sul destino dell’Italia composta al 70% da comuni con meno di 5.000 abitanti, circa il 20% della popolazione totale. Per rallentare l’emorragia demografica di una trama insediativa diffusa e piccola, e quindi la fuga dei giovani verso le aree urbane, servono alternative concrete. Nell’arco alpino diversi studi documentano pratiche e strategie di rigenerazione locale, esempi positivi di ‘ritorno al borgo’. Il progetto si pone come obbiettivo quello di valorizzare questo immenso patrimonio culturale, conservarlo, e riproporlo alle generazioni future. Il libro è infatti narrato attraverso le citazioni degli stessi residenti in italiano, in friulano e in Po Nasem, il dialetto slavo tipico di queste zone montane, ma oramai parlato solo dagli autoctoni e non più studiato dalle nuove generazioni. L’edizione sarà disponibile su richiesta in lingua friulana, in sloveno e in inglese. Inoltre, stiamo lavorando ad attività culturali che mirano a valorizzare questi borghi, come ad esempio, una mostra itinerante all’aperto che vuole portare i visitatori ad avere un contatto diretto con le terre, le economie e le persone del luogo”. 

Chi rimane ancora oggi ad abitare qui?
“Ci sono per lo più anziani, ex emigranti che hanno fatto ritorno a ‘casa’ dopo moltissimo anni passati all’estero. Allo stesso tempo, questi piccoli borghi vengono ripopolati da un nuovo tipo di ‘residente’, nato in città ma dalla quale vuole prendere le distanze per svariati motivi. Ripopolare questi borghi non è una missione impossibile: basti pensare alla vicina Slovenia, dove i famosi paesi fantasma sono praticamente scomparsi. La stessa Robedischis, subito dopo il confine italiano, ha avuto un’interessante sviluppo negli ultimi anni, che non ha snaturato l’essenza del posto”.
Pensi quindi sia possibile ripopolare queste vallate?
“Ovviamente sì, anzi sono sicuro che anche in Friuli, specialmente dopo questo periodo di Covid, non ci saranno più paesi fantasma. Penso che la cosa più importante sia quella di cancellare i vecchi miti riguardanti la montagna come posto dove cercare isolamento e solitudine. Invece dovremmo riflettere sui valori dell’abitare e del fare comunità, sulla loro trasformazione, degrado, estinzione ma anche riscoperta e fioritura. La dimensione di borgo montano non solo come strategia nostalgica di riposizionamento, ma reale chance di rigenerazione di tessuti capaci di garantire occupazione e qualità del vivere come in pochi altri contesti”.

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