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Il libraio di Quetta

In un disordine terribile con i suoi volumi vecchi e ingialliti cerca di spiegare il Pakistan

Il libraio di Quetta

L’arrivo a Quetta è colmo di tensione. Una nube di polvere grava sulla città. La scorta armata che accompagna chi decide di percorrere le strade del Beluchistan provenienti dal confine iraniano, cambia con maggiore frequenza. Sui volti dei poliziotti-militari si legge tutto il nervosismo. Controllano che ai bordi delle strade non ci siano oggetti che possano celare ordigni esplosivi improvvisati o esseri umani pronti a farsi saltare in aria. Dato il caos che regna sovrano più che controllare si limitano a sperare e si affidano all’altissimo affinchè li lasci vivere un altro giorno nella capitale di questa remota regione pakistana.

Gli attacchi terroristici di gruppi legati ad Al-Qaida contro la minoranza sciita ma anche dei gruppi che rivendicano l’indipendenza del Beluchistan, sono purtroppo una minaccia con la quale la popolazione ha imparato a convivere.

Il centro è uno sciamare di shalwar kameez e barbe lunghe e corvine che non possono che far pensare alle zone tribali afgane (peraltro non molto distanti). L’ideologia talebana qui fa proseliti; le immagini di Osama bin Laden si trovano qua e là, sparse tra la chincaglieria ‘made in China’. Sfuggire agli sguardi torvi e curiosi dei passanti è impresa ardua e questo essere eccezione dove l’eccezione rappresenta un’opportunità per bande in cerca di merce da riscatto, non fa stare tranquilli.

Una catasta di libri appare come un approdo sicuro. Jawad, occhi nerissimi e lucenti che lasciano trasparire la sua curiosità, dopo un cordiale “Benvenuto nella capitale del Beluchistan e degli attentati”, fa portare del tè a un giovane imberbe con gli occhi color nocciola. E’ stupito della presenza di uno straniero. La barba satinata si muove al ritmo delle risate che accompagnano le battute sugli stranieri qui presenti, tutti appartenenti ai servizi segreti. Il disordine all’interno della libreria è impressionante, la mole di libri lascia stupefatti; ma Jawad si muove con leggiadria e una memoria eccezionale lo guida quando pesca libri che a suo dire contengono note utili per capire il suo Paese. “Non serve che compri i libri, vieni qui quando vuoi, siediti e leggi,” dice dopo aver estratto una dozzina di tomi con copertine devastate e pagine ingiallite. Alza una pila di libri con la forza di Ercole ed estrae un libro antico dove a suo dire ci sono alcune considerazioni illuminanti sul conflitto sciita-sunnita. Gli Hazara, sciiti, appaiono troppo spesso nei terribili bollettini di morte che seguono gli attentati. I carnefici sono quasi sempre i fondamentalisti sunniti di Lashkar-e-Jhangvi legati ad Al-Qaida.
“Sono musulmano, sciita, sunnita, sufi per me non cambia nulla. E’ una frattura politica e cosi l’intera comunità si è sfaldata. Con questa rottura danneggiamo noi stessi”. Non si sa quante volte abbia avuto l’opportunità di avere un ascoltatore straniero ma si ha l’impressione che il ruolo di narratore lo renda euforico. Lamenta la totale inettitudine delle classi politiche, corrotte oltre ogni limite. “Il casino pakistano può far apparire qualsiasi altro Paese come uno Stato della Scandinavia”.

Si incupisce quando ammette i fallimenti dei propri concittadini, “La gente non legge, il paese non sa nulla, non conosce, sono marionette in balia di un sistema che solo un popolo dotato di conoscenza può demolire”. Ha il tono di voce triste, di chi è intrappolato in un mondo di cui conosce i meccanismi perversi e non ha i mezzi per uscirne.
“La gente se ne va, senza sapere nulla e fugge in occidente in cerca di fortuna, siamo in tanti, sentirete il rumore dei nostri passi”. Lui, invece, rimarrà nella sua libreria, continuando a leggere libri in disfacimento in attesa del prossimo straniero a cui spiegare i mali del Pakistan e metterlo in guardia sulle trappole di Quetta. “Quando esci non girare nella prima stradina a sinistra, ci sono un paio di negozi frequentati da gente pericolosa, fai finta di nulla e tira dritto,” ultima cosa che esce dalle sue labbra.

Paolo Zambon è l’autore di due libri “Inseguendo le ombre dei colibrì” e “Viaggio in Oman”

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