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Medicina messicana

Nella città di Puebla l’incontro preparato da mesi con Mauricio e il suo sogno di fare il giornalista

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L’arrivo a Puebla, dopo l’uscita dalla furia urbana di Città del Messico, fu impreziosito da un incontro preparato da mesi. Mauricio pareva già di conoscerlo grazie a uno scambio di email iniziato mesi prima dell’arrivo in Messico. Lavorava in ospedale come fisioterapista, ma la sua vera passione era il giornalismo. Stava pensando di iscriversi all’università dopo aver visto che alcuni articoli che passava ad amici giornalisti riscuotevano un discreto successo.
Ero curioso di conoscerlo di persona. Arrivò puntuale in sella a una moto di piccola cilindrata. Il sorriso che gli riempiva il viso fu il primo bagliore d’affabilità. Un ciuffo corvino gli copriva un terzo della fronte e gli dava un’aria da modello di prodotti per parrucchieri. Le gote arrossate gli dipingevano addosso una timidezza fittizia che lo rendeva ancora più amichevole.
La sera Puebla indossava l’abito raffinato. Le luci donavano alla città un’eleganza che, abbinata alla relativa tranquillità post Città del Messico, creava un’atmosfera da cittadina dalle dimensioni esigue. Solo una volta giunti sui declivi del Cerro di Guadalupe ci si accorgeva di essere immersi in un agglomerato urbano che si estendeva a perdita d’occhio. Le cupole e le torri campanarie della cattedrale e degli altri luoghi religiosi spiccavano in un panorama di edifici bassi. Mauricio li conosceva tutti e senza esitazione li indicò. San Francisco, Iglesia de la Compañia, Santo Domingo e la Cattedrale.
Una fiumana di amici circondava Mauricio e il momento propizio per parlare di giornalismo in terra messicana sembrava non arrivare mai.
“Non abbiamo mai parlato del giornalismo qui in Messico”, disse Mauricio in maniera inaspettata. “Già, troppo presi a girare in moto e a mangiare prelibatezze”. Si spostò il ciuffo sorridendo e aggiunse. “Sarà la mia timidezza o la mia insicurezza ma mi difendo meglio con la scrittura piuttosto che con le parole pronunciate a voce alta”. “Forse non sei facilitato dagli amici che ti circondano, non molti sembrano interessati al giornalismo e ai problemi del Messico”. “Con quel tipo di problema ho imparato a convivere, le poche volte che ho provato a renderli partecipi mi sono sentito dire che tanto non cambiava nulla e che avrei fatto bene a farmi gli affari miei”.
“È così che hai iniziato a mandare gli articoli a giornalisti che firmavano i tuoi pezzi?”. “Esatto, internet mi ha aiutato. Posso scrivere, prendere contatti con chi ha i miei stessi interessi e firmare articoli con nomi fasulli o farli firmare a giornalisti veri”.
“La situazione per i giornalisti che fanno inchieste serie non è molto facile, c’è da comprendere il terrore di chi preferisce non impicciarsi”. “Negli anni hanno messo a tacere i giornalisti più curiosi, il vero problema è che chi li zittisce è spesso supportato dallo Stato, da voi Saviano ha la scorta, qui devono scappare all’estero”.
Chiesi a Mauricio se pensava di iniziare il corso di giornalismo all’Università di Città del Messico come aveva accennato qualche mese prima via email. “Tutti gli amici del mondo virtuale mi spronano a iniziare il corso, poi però parlo con la mia famiglia e mi dicono che per le cose che voglio scrivere, in Messico si finisce morti ammazzati”.
I numeri degli attacchi a giornalisti, fotografi o attivisti in realtà giustificava i timori dei familiari di Mauricio. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani denunciava che tra gli anni 2006 e 2012 gli attacchi contro attivisti per i diritti umani erano stati ben 245, tra questi ben ventidue omicidi.
“Non cerco un lavoro, ma uno sfogo alla mia sete di giustizia. Voi stranieri venite in Messico e vedete il bello che il Paese ha da offrire e tornate a casa e dite che è tutto ok e la sicurezza è garantita. Io non ho questo privilegio e devo gridare a voce alta come vanno le cose da queste parti”.
Un esercito di Mauricio armati di tastiera e macchina fotografica per raccontare il Paese senza filtri: ecco una buona medicina per il Messico.


Paolo Zambon è l’autore di due libri “Inseguendo le ombre dei colibrì” e “Viaggio in Oman”

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